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Discepoli della Vita – Pensieri sulla bellezza di Carlo Maria Marini

 

“Chi crea bellezza è strumento nelle mani di Dio che sempre crea il mondo e sempre lo redime con il suo amore. Tutti coloro che creano bellezza sono discepoli del Dio della vita, del Pastore Bello, anche se non ne sono consapevoli.

Il bello pare pure troppo fuori moda in una società che guarda al profitto, all’utile come alla sua più grande ambizione. A cosa serve? Cosa produce? Forse anche dell’amore potremmo dire la stessa cosa. A cosa serve? Eppure come è possibile vivere senza amore?

Proponiamo l’uno per mille per sostenere, sollecitare, creare bellezza nella nostra Città. Mettiamo nelle nostre chiese delle cassette con scritto: offerta per sostenere la bellezza.

 

Che cosa ci può dare un colpo d’ala, un cambiamento di marcia, un orizzonte di gioia e di speranza? La bellezza che salva il mondo è l’amore che condivide il dolore. Tutti siamo ancora sensibili alla bellezza.

 

Quella ferita non si rimargina e sempre ci ridesta al sogno di una vita vera. È bella la gratuità con cui spezziamo il nostro pane con chi non ha nulla, facendolo sedere alla nostra mensa, rendendolo fratello in un istante, senza chiedere nulla. Lo spettacolo della croce, la bellezza regale dell’amore che si dona totalmente, affascina, attira a sé“.

 

Carlo Maria Martini

     Marco Mello (Brescia, 2003)  – Il libro vuoto  – Olio su tela – anno 2020

 

Mi sono sempre opposto all’utilizzo indiscriminato della parola “giovani”. Si tratta di un termine abusato, o comunque mal impiegato, che ha assunto ormai una sfera di significati che poco gli compete, talvolta sminuenti se non proprio negativi. Essere giovani significa essere inesperti, significa essere guardati con aria di sufficienza o al più con inevitabile diffidenza, significa essere trattati troppo spesso con bonario paternalismo, significa ottenere tante pacche sulle spalle e poco credito. Oltre a tutto questo, definire “giovani” delle persone che hanno superato i trent’anni mi è sempre parso quantomeno un azzardo. Mi accingevo pertanto a scrivere una sorta di infiammato trattatello contra iuventutem, quando le fonti che avrei addotto mi si sono rivoltate contro.

 

“Nel mezzo del cammin di nostra vita” proclama Dante al principio della Comedia, riferendosi ai suoi trentacinque anni. Ho sempre dato per scontato intendesse rimarcare la raggiunta maturazione personale – su una cattiva strada – e dunque motivare la necessaria terapia d’urto che ne seguì. D’altronde come può un uomo sentirsi giovane nell’età in cui tutto comincia inevitabilmente a prendere velocità sul declivio opposto della vita? Ancor più in un’epoca in cui l’esistenza di un uomo era regolata su ritmi ben più serrati di quelli odierni, e la formazione dell’individuo ridotta allo stretto necessario per un efficace e proficuo inserimento nella società. A riprova di questo, avevo bisogno di una fonte autorevole e indiscutibile, che definisse una volta per tutte un limite alla giovinezza, valido tanto per me quanto per un uomo del XIII secolo, e per qualunque epoca antecedente: ho quindi rispolverato Isidoro di Siviglia, nella convinzione che avrebbe definitivamente incontrovertibilmente suggellato la mia tesi.

 

“Quarta [aetas] iuventus firmissima aetatum omnium, finiens in quinquagesimo anno”. Per utilizzare un neologismo: blastato da Isidoro di Siviglia.

 

Cinquant’anni sono tanti. Ben oltre la più rosea delle ipotesi di mezza età. Detto poi da un uomo nato quando Giustiniano era ancora in vita, in un momento in cui arrivare a compiere gli anni a doppia cifra era già un traguardo per nulla scontato, pone qualche spunto di riflessione. Come si definisce allora la giovinezza?

Poche persone, per quanto ne so, sono disposte a definirsi giovani. Sembra che nessuno in coscienza, abbia pure vent’anni, si senta a suo agio con questa etichetta. Ognuno, d’altro canto, definisce giovane chiunque anagraficamente più giovane di lui. Capita così che il ventenne definisca giovane il quindicenne e non se stesso, il trentenne il ventenne, il quarantenne il trentenne e così via. Così via, s’intende, non all’infinito, ma finché realisticamente sostenibile. Stiamo procedendo per banalità, ma l’intento non è una insipida relativizzazione del concetto di giovinezza, quanto la presa d’atto che esso è legato ad una visione retrospettiva della vita propria proiettata nell’altro. In altre parole, è impossibile definirsi giovani quanto scontato definire giovani gli altri, enumerando nella propria memoria la quantità di esperienze che colmano il gap anagrafico tra due individui. La distinzione si assottiglia nel corso degli anni, la vita rallenta, le esperienze si riducono, e la distanza scompare nel momento in cui la forza del fare si è completamente esaurita e l’uomo comincia la sua metamorfosi nella fabbrica di ricordi che sarà poi tipica della vecchiaia: ogni individuo, raggiunta questa fase, si assesta nella massa della “quinta età”, l’età della completezza, della raggiunta maturità (gravitas, nelle parole di Isidoro).

 

Non è tanto il sentirsi giovani quello che conta, ma l’essere percepiti come tali. E da qualche mese il ricambio avvenuto nel direttivo e nell’assemblea dell’UCAI di Brescia è stato letto in questa direzione. La maggioranza di noi ha tra i venti e i cinquant’anni, e nessuno di noi si definisce giovane. Ma tutti ci vedono così, e tanto basta.

 

Mi è stato proposto di scrivere un articolo di presentazione del repentino rinnovamento e ringiovanimento della sezione UCAI di Brescia. Mi si chiedeva di riflettere su parecchie tematiche, tutte molto generiche, tutte molto interessanti. Credo però ci sia tempo per ognuna di queste, intanto ci si accontenti della prima questione che mi è stata proposta, anche se forse, nella mente di chi la poneva, suonava più come un’attestazione di fatto: “siete giovani, e vedo che nella programmazione date molto spazio ai vostri coetanei e a ragazzi ancor più giovani”. Sì, è vero, ma è un po’ più complicato di così: mi spiego meglio.

Francesco Visentini

Presidente della sezione Ucai di Brescia

Siate Giovani!
L’Ucai aderisce al MANIFESTO per il MEDITERRANEO

Saremo pazienti e tenaci nel costruire pace, armonia
e fiducia tra i popoli, come sfida di ostinata fede
verso una visione salvifica dell’umanità.

 

 

MEDITERRANEO#DIALOGO#PACE

Il 13 maggio, a Roma, presso il Dipartimento di Sociologia di ROMA TRE si è tenuto la Conferenza “Il Mediterraneo e la Carta di Firenze 2022”

L’intuizione di Giorgio La Pira e l’attenzione della Chiesa universale per una Teologia del Mediterraneo, che ha portato Papa Francesco nel 2019 a Abu Dhabi (Fratellanza Umana per la Pace Mondiale) e poi a Napoli, al Convegno “La Teologia dopo Veritatis Gaudium nel contesto del Mediterraneo”, e, ancora, agli incontri di Bari e quello recente di Firenze hanno spinto ACLI, AIDU, l’Azione Cattolica, MEIC, CVX, FUCI, Rete It. Dialogo Euro-mediterraneo, Retinopera, UCIIM a farsi carico di divulgare nell’ambito laicale questa straordinaria elaborazione: essere attiva catena di trasmissione e volano per una moderna cultura per le Genti mediterranee e non solo.

Al Gruppo si sono aggiunte anche: Associazione Vivere Insieme, AIMC, AGESCI, UCAI, UMEC-WUCT, raggiungendo così il numero di 13 Associazioni cattoliche.

Si è creato un gruppo operativo e permanente tra le Associazioni promotrici: “Gruppo Sinodale per la Promozione del Dialogo Multilaterale Mediterraneo” per rendere sempre più vicino agli Uomini e Donne di buona volontà questa poliedrica realtà mediterranea e creare un cammino concreto di dialogo, che corrisponda alle istanze religiose, sociali e politiche delle popolazioni mditerranee: oggi, ancora più che mai, quando alla periferia orientale dell’Area è scoppiata una terribile e sanguinosa guerra, che potrà terminare solo attraverso un dialogo, sincero e costruttivo e si è sottoscritto il MANIFESTO PER IL MEDITERRANEO, che si allega. Il Manifesto è stato, poi, consegnato a fine incontro ai giovani del Liceo “John von Neumann” di Roma, quale simbolica consegna del messaggio alle giovani Generazioni.

 

“Il Mediterraneo è proprio il mare del meticciato,
un mare geograficamente chiuso rispetto agli
oceani, ma culturalmente sempre aperto
all’incontro, al dialogo e alla reciproca
inculturazione. Nondimeno vi è bisogno di
narrazioni rinnovate e condivise che – a partire
dall’ascolto delle radici e del presente – parlino al
cuore delle persone, narrazioni in cui sia possibile
riconoscersi in maniera costruttiva, pacifica e
generatrice di speranza”. Questo ci insegna la
relazione di Papa Francesco al Convegno “La
Teologia dopo la Veritatis Gaudium nel contesto del
Mediterraneo” svoltosi a Napoli nel 2019.
Il Mediterraneo è il mare attorno a cui si sono
concentrate e alternate diverse e numerose civiltà
che hanno contribuito al progresso dell’umanità
dall’antichità ad oggi. Ma da qui prendono le mosse
anche le tre grandi religioni monoteiste e l’ampia
varietà di lingue, culture, contatti umani e
migrazioni, senza dimenticare le aspre rivalità tra
le diverse potenze.
Il Mediterraneo è mare tra le terre, ma anche tra gli
oceani: Medioceano, tanto delimitato nella sua
definizione geografica, quanto flessibile come
sistema integrato fino a includere il Mar Nero, il
Mar Rosso e le sponde atlantiche sia della Penisola
Iberica, che del Nord Africa.
A questa grande realtà, in cui l’Italia riconosce le
sue radici profonde, Papa Francesco ha posto da
anni domande come sempre radicali:
·Come custodirci a vicenda nell’unica famiglia
umana in questa magnifica realtà dell’area
mediterranea?

Come alimentare una convivenza, reciprocamente
tollerante e pacifica, per una fraternità autentica
lungo le terre, che il Mediterraneo bacia?

C’è bisogno di impegno, generoso e responsabile, di
ascolto, studio e dialogo per promuovere processi di
pace, fratellanza e giustizia e promozione umana.
È questo l’impegno che il Gruppo Sinodale per la
Promozione del Dialogo Multilaterale Mediterraneo
assume nel nostro Paese quale esempio nel mondo,
tanto più in un momento in cui ai confini europei è
in atto una guerra feroce e dai tempi imprevedibili.
La storia ci dice che la pace si ottiene preparando il
dialogo, non la guerra.
Si tratta, allora, di camminare insieme per
instaurare quella fraternità universale che
corrisponde alla grandezza della vocazione umana
(cfr. Gaudium et spes, 3), coltivando l’anima delle
comunità umane attraverso il dialogo, per
accrescerne la forza. E ciò senza trascurare la
testimonianza che si fa preghiera per costruire
armonia tra le genti e le differenze.
Il Mediterraneo deve tornare ad essere fermento e
crocevia di pace.

La pace è frutto del paziente e inarrestabile fluire
dello spirito, della pratica di collaborazione tra i
popoli, della capacità di passare dallo scontro e dalla
corsa agli armamenti, al dialogo, al controllo e alla
riduzione bilanciata delle armi di aggressione.
Saremo pazienti e tenaci nel costruire pace, armonia
e fiducia tra i popoli, come sfida di ostinata fede
verso una visione salvifica dell’umanità.
Questo è l’itinerario del Gruppo che oggi vogliamo
intraprendere tutti insieme, forti della nostra fede e
consapevoli della speranza che i venti caldi del Sud
spirino Pace.

Roma, 13 maggio 2022

A Lampedusa inaugurata la statua “Insieme”
dello scultore socio UCAI Lucio Oliveri

 

 

L’ UCAI di Milano  accoglie con gioia la notizia che il 29 aprile nel corso dell’evento internazionale “Lampedusa isola di pace”, organizzato dall’ amministrazione comunale,  è stata inaugurata la statua “Insieme” opera dello scultore Lucio Oliveri da molti anni socio UCAI.

La statua è stata donata alla comunità di Lampedusa e Linosa da “Re d’Italia Art – società internazionale per il collezionismo e l’editoria d’arte” ed è stata collocata in piazza Castello
L’opera, in bronzo, è alta metri 2,2 e con  il basamento raggiunge il metro 4,7 di altezza.

 

Rappresenta due mani, una di un adulto e l’altra di un bimbo che si tengono fra loro. Per  Oliveri  la scultura si ispira a un gesto di solidarietà, di aiuto, che può avvenire tra un adulto e un bambino come tra chi è più forte e chi è in difficoltà.

Insieme a Lampedusa Isola di Pace
AVE MARIA per la PACE

“In questi tempi di miserie onnipresenti, violenze cieche, catastrofi naturali o ecologiche,

parlare di bellezza può sembrare incongruo, sconveniente o persino provocatorio.

La bellezza comporta la presa in carico del dolore del mondo, un’esigenza

estrema di dignità, di compassione di senso della giustizia.” Francois Cheng

 

Santa Madre di Dio prega per noi peccatori!

La Risurrezione di Pericle Fazzini

 

Dai primi secoli ad oggi l’evento fondante del cristianesimo è stato al centro dell’arte insieme a quello della Crocifissione. Nello svolgersi dei secoli e di diverse sensibilità ne offriamo una traccia attraverso alcuni esempi.

L’Antichità

Nei primi secoli la figura del Crocifisso  è quasi assente ma non quella del Risorto che viene rappresentato in marmi, avori, mosaici come un Re vittorioso, un imperatore maestoso, il Buono e Bel Pastore dalle fattezze apollinee. Il messaggio nuovo del cristianesimo è sentito infatti  come vittoria della luce sulle tenebre e ciò giustifica l’ottimistico splendore delle raffigurazioni a cominciare dal mosaico del III secolo (Necropoli Vaticana) con il Cristo-Helios, ovvero nuovo Sole del mondo che sale al cielo.

In un avorio del IV secolo (Monaco, Bayerisches Nationalmuseum) Cristo è un giovane imberbe che viene chiamato al cielo dalla mano del Padre (che non verrà raffigurato come persona fino al secolo XI) sulle nubi tra lo spavento dei discepoli, mentre al di sotto nella formella stanno le Pie donne al sepolcro con l’angelo: scena destinata a diventare un topos iconografico della Resurrezione. L’immagine dunque del giovane Risorto è diffusa e ne abbiamo una riprova a Ravenna, nel Buon Pastore vestito d’oro nel Mausoleo di Galla Placidia (V secolo) e nell’imperatore glabro circondato dalla corte celeste in trono sul globo del mondo come Dominatore dell’universo a San Vitale (VI secolo) dentro un paradiso terrestre e celeste  di sublime astrazione coloristica e luminosa. Una fisionomia che si ritroverà anche in forme meno raffinate ma comunque preziose, come la Parusia nell’Altare  del duca longobardo Ratchis (VIII secolo) a Cividale del Friuli, dove l’ignoto lapicida interpreta in modo astratto e con un senso di horror vacui l’immagine consueta del Risorto nel Secondo Avvento.

I secoli medioevali

In questi secoli infatti più che la singola raffigurazione del Risorto prevale l’attenzione sul Cristo giudice severo nei portali delle chiese romaniche o nei Crocifissi in cui però il Messia ha gli occhi ben aperti: è il Christus triumphans, il Crocifisso-risorto che ha vinto la morte. Fra i numerosi esemplari troviamo nel secolo XI il celebre Crocifisso di San Damiano (Monastero di Santa Chiara, Assisi) che parlò a San Francesco: un Messia longilineo, dai grandissimi occhi spalancati e sereni che formano una immagine di gloria luminosa più che di morte. 

E’ interessante notare come nell’arte bizantina, anche in questi secoli, la scena dell’Anastasis ossia resurrezione venga spesso collegata alla discesa agli Inferi per liberare le anime antiche.  Così appare nel meraviglioso affresco in San Salvatore in Chora ad Istanbul. Il Risorto sfolgorante e candido entro la mandorla stellata afferra i vecchi Adamo ed Eva per liberarli. Cristo è bellissimo, di grandezza superiore al naturale, plastico e lineare. Il suo corpo  è spiritualizzato secondo un modello tuttora in uso nella cristianità bizantina, ma che verrà diffuso pure in Occidente.

La scena della Resurrezione viene raccontata spesso nell’episodio delle Pie Donne o di Maddalena al sepolcro. Giotto (1303-1305) nella padovana Cappella degli Scrovegni rappresenta la scena chiamata “Noli me tangere” (Non mi toccare; ma la traduzione esatta è :”Non mi trattenere”). Notevole è l’immagine del Messia vestito di bianco dal viso dolce che allontana da sé la Maddalena supplicante, mentre di lato le guardie dormono e gli angeli stanno seduti sul sepolcro vuoto. Una scena silenziosa, calma,  dai colori pieni di armonia. Nessun dolore.

Nelle rappresentazioni dell’arte nordeuropea fino al secolo XV troviamo vette di  simbolismo mistico unito a gotica raffinatezza.

Un esempio è dato dal Polittico di van Eyck nella chiesa di San Bavone a Gand (1430 circa). Nella tavola centrale in basso – la predella – sotto la grande teofania del Padre tra il Battista, Maria, gli angeli musicisti e i Progenitori, si colloca l’altare dell’Agnello Mistico che versa il suo sangue “eucaristico”. Una immagine simbolica del Crocifisso-Risorto di luminosa bellezza, verso cui convergono le schiere dei cavalieri, degli eremiti, delle vergini, delle gerarchie adoranti entro spazi infiniti di un Paradiso celeste e terrestre insieme, contemplato e descritto minuziosamente. È l’era dei cieli e terre nuove inaugurate dal Risorto.

I secoli XV e XVI

In Italia nasce la realtà del Rinascimento che porta ad un cristocentrismo insistito – il Cristo uomo perfetto – con una indagine sulla sua dimensione corporea e umana. Il Messia sta risorgendo dalla tomba oppure è già risorto e sta su di essa con il vessillo della vittoria: sono le due versioni della scena.

Il Risorto di Piero della Francesca (1463, Sansepolcro, Palazzo Civico) sta ritto in piedi mentre esce dal sepolcro classico, tra quattro soldati addormentati. E’ solenne, ieratico come un Pantocratore di campagna in una natura che si sta aprendo alla primavera. Egli infatti è l’aurora della nuova creazione, e per questo motivo il suo manto è di colore roseo. Il volto serio, il busto classico indicano autorevolezza, potenza. La storia sarà diversa  da ora in poi.

Nella Resurrezione del veneziano Giovanni Bellini (Berlino, Gemaldegalerie, 1475-79), il Cristo benedicente si libra nel vento e nell’aria, esile e luminoso sopra un paesaggio vastissimo, aurorale, mentre al di sotto i soldati stanno storditi dall’evento. Il Messia è giovane, sereno, il corpo è tenero, il volto spiritualizzato. La Resurrezione porta la pace.

Tutt’altra cosa nel Nord-Europa. Mathis Grunewald nel 1515 dipinge il Risorto nel Polittico di Issenheim a Colmar, in Alsazia. E’ un Messia sfolgorante come un sole sull’arcobaleno nella notte stellata fra le guardie tramortite, una stella che vince le tenebre. Cristo sorride trasfigurato, mostra le mani con le ferite, è leggero come una farfalla, incorporeo. Sembra danzare nel cosmo in una autentica esplosione, rivestito di tinte cangianti in una dimensione mistica surreale. 

Diverso è il Risorto di Tiziano (1520-1522, Brescia,ss. Nazaro e Celso, Polittico Averoldi), un eroe classico che si squaderna nella posa del Laocoonte nello spazio. Mirabile è lo squarcio dell’aurora fiammeggiante che sorge sul Dominatore del mondo in una visione ottimistica della storia. Cristo è palpitante di vita nuova, forte e sana, ha un fisico possente, è il Signore del mondo che trascina nel suo volo verso la felicità.

Al dinamismo di Tiziano corrisponde in terra tedesca l’universo incendiato in cui vibra il Risorto di Albrecht  Altdorfer nel 1515 (Vienna, Kunsthistorisches Museum) tra fantastici effetti luministici. Il Cristo è ritto sopra il sepolcro,avvolto da un manto bianco al vento fra gli angeli, le guardie insonnolite e una natura baluginante di luci e di nuvolaglie gonfie. E’ una visione “magica” di un evento ultraterreno dove Cristo diventa motore di un sommovimento della natura stessa.

Dalla Riforma al Barocco (secolo XVII)

Nei decenni successivi al Concilio di Trento  l’arte si pone con una funzione di rievangelizzazione. Tra i numerosi protagonisti, emerge Dominikos Theotokopoulos detto El Greco. Nella sua Resurrezione (Madrid, Prado, 1597 -1604) v’è l’immagine di un Cristo sfolgorante, una bellezza sottile che si richiama alle icone bizantine attraverso modelli del Manierismo. Il Messia ha un corpo vero ma allungato innaturalmente, soave nel volto e deciso nel cielo dai colori surreali. La tela è una epifania luminosa che reca in sé chiarissima l’impronta di una rivelazione assoluta e drammatica.

Fisico fulgore è invece il Risorto di Rubens (1615 – 1616, Firenze, Palazzo Pitti). E’ un giovane dal corpo prorompente, sano, che con forza freme luminoso dal sepolcro sopra un fascio di spighe (simbolo eucaristico). Brillano le sue piaghe, brilla il volto florido: nessuna traccia di dolore, solo  entusiasmo e trionfo come è dell’arte barocca.

Una interpretazione originale è offerta da Rembrandt van Rijn nell’opera del 1639 (Monaco Alte Pinakotek). Il pittore, acuto lettore della Bibbia, presenta il testo di Matteo evidenziando l’angelo abbagliante e candido che solleva la pietra  della tomba, mentre i soldati sono travolti dal terremoto e le pie donne si stanno recando al sepolcro. Cristo invece ancora bendato affiora dalla tomba, immagine sottile e morbida, che forse ha ispirato la conclusione del film The Passion di Gibson.

I secoli successivi

Dopo le interpretazioni  del soggetto tra il Settecento e il primo Novecento che spesso rivisitano iconografie del passato, alcune nuove visioni risultano molto interessanti.

La Resurrezione-Ascensione di Pericle  Fazzini (Città del Vaticano, Aula Paolo VI, 1974) è una delle opere più vaste del secolo. L’esplosione atomica del Risorto è sconvolgente. Il corpo di gloria, ma vivo,  avvolto dal sudario che ondeggia all’uragano, alza le braccia in volo ed anche in tono di accoglienza, ha il suo culmine nel volto sereno del Messia, ormai vincitore del dolore.  Nel suo volo ascensionale il Cristo trascina ogni cosa, cioè l’Orto degli ulivi i quali si piegano alla tempesta e al terremoto cosmico. E’ l’inizio della nuova creazione. Il Cristo supera il groviglio terrestre con una enfasi neo-barocca di estrema forza, gigante solitario verso una dimensione immortale.

Alta spiritualità, luce consumata è l’opera dell’ascolano Giuliano Giuliani “E’ risorto non è qui” (Collezione privata, 2004-2006). IL travertino  trasparente genera un’arte trasumanata. La scultura è divisa in due parti: un lenzuolo arrotolato a terra e un altro a spirali, dritto verso l’alto. Cristo è solo spirito, quindi si vedono solo le cose terrene rimaste. Il corpo del Messia si è liberato dalla corruzione: è luce che imbeve tutto. Come nei mosaici dorati bizantini, essa – la luce – è la grande protagonista, l’essenza del Risorto.

Mario Dal Bello critico e storico delle arti

 

La Resurrezione di Piero della Francesca

 

La Resurrezione di Tiziano

 

La Resurrezione di El Greco

 

La RESURREZIONE nell’Arte
Mostra di Beneficenza UCAI-SCHOLAS OCCURRENTES

L’assassinio di qualsiasi uomo è la morte di tutti,

“E allora, non chiedere mai per chi suona la campana. Essa suona per te”.

Opponiamo all’orrore della guerra il fiore della bellezza, dell’incontro della solidarietà!

 

 

 

Il momento è grave e ci coinvolge tutti, tutti possiamo fare qualcosa, tutti dobbiamo fare qualcosa, specialmente in questi giorni di preparazione alla Pasqua; a tal proposito vi invito alla MOSTRA D’ARTE a sostegno DELL’ACCOGLIENZA DEGLI UCRAINI che fuggono dalla guerra.

 

L’inaugurazione della mostra dell’Ucai (Unione Cattolica Artisti Italiani), si svolgerà MERCOLEDÌ 13 APRILE dalle 18:00 alle 20:30, presso la sede della Fondazione Pontificia Scholas Occurrente, Piazza San Callisto, 16.

 

La mostra è visitabile fino all’8 maggio su appuntamento, per richiedere la visita contattare il numero: +39 331 585 2843

 

Qui sotto Papa Francesco benedice e incoraggia il progetto di beneficenza degli artisti Ucai

a favore dell’emergenza educativa nelle scuole di frontiera della Fondazione Pontificia Scholas Occurrentes

 

 

 

 

 

L’iconografia in Oriente non è mai stata considerata un ornamento fine a sé stesso, un elemento accessorio o decorativo; dipingere un’icona in una chiesa è qualcosa che va ben oltre “l’abbellimento” di uno spazio sacro. Non si cerca un pittore di icone per impreziosire l’architettura con oro e colori da aggiungere ai marmi o da intonare ai tappeti. La pittura Sacra è parte integrante ed essenziale della liturgia: costituisce un vero e proprio annuncio dipinto, la possibilità di un incontro con il volto di Cristo, morto e risorto per la nostra salvezza.

Per questo un’icona è sempre una buona notizia che fa presente il cielo. Nessuno parla oggi più del cielo, delle realtà escatologiche, stiamo perdendo la dimensione spirituale e trascendente della vita; Precarietà, sfiducia, delusione, insicurezza, paura, oggi tutto ci chiude il cielo; è come se avessimo sopra la nostra testa un enorme soffitto di cemento che ci impedisce di vedere la luce; quanto abbiamo bisogno di alzare gli occhi al cielo! L’’icona è come una fessura che squarcia il cemento lasciando entrare la luce. Nelle icone tutto parla del cielo, l’oro che abbonda nello sfondo rende già presenti le realtà celesti.

Anche l’uso della prospettiva è molto importante nell’iconografia orientale. A partire dal Rinascimento la pittura ci ha abituati all’illusione prospettica data dal punto di fuga posto all’interno del quadro; nelle icone invece la prospettiva è rovesciata, le linee prospettiche non convergono più all’interno del quadro bensì all’esterno, il punto di fuga coincide con chi sta guardando l’immagine, destinatario dell’annuncio! Questa è la forza dell’icona che interpella l’osservatore in misura di quanto è disposto a lasciarsi coinvolgere! Come la tensione di chi annunzia il Vangelo è rivolta tutta verso chi ascolta la parola, così la tensione del dipinto è rivolta tutta verso chi osserverà l’opera. Il disegno, il colore e la tecnica saranno solo mezzi finalizzati all’annuncio; la riuscita di una pittura Sacra trascende perciò il valore stesso della tecnica e del mestiere. Gesù Cristo per diffondere il suo Vangelo nel Mondo non ha scelto professionisti della catechesi ma gente semplice, a volte priva di qualsiasi preparazione. Non basta quindi essere un ottimo pittore per dipingere una buona icona.

Avendo la pittura delle icone una forte valenza kerigmatica, è importante che chi la dipinge abbia una preparazione spirituale seria e un mandato da parte del vescovo o di chi ne fa le veci.  Questa è la preghiera di benedizione che la Chiesa recita in occasione dell’invio degli artisti:

Benedici   +  o Padre questi tuoi figli che hai chiamato a svolgere il nobile ministero di artisti, affinché attraverso la loro genialità possano riflettere l’infinita bellezza del volto terreno del tuo Figlio Gesù, della Vergine Maria, degli Apostoli e dei Santi.

Il pittore di icone prega, digiuna, si confessa, prende la comunione, cerca di vivere insomma in grazia di Dio e con grande intensità. Non si tratta certo di essere persone moralmente bravine o migliori delle altre, siamo tutti poverissimi e gli artisti hanno normalmente un caratteraccio, siamo vanitosi, irascibili, permalosi e troppo sensibili; si tratta piuttosto di aver sperimentato in prima persona la propria miseria e avere poi incontrato la misericordia di Dio; allora si potrà trasmettere quest’esperienza kerigmatica nel proprio lavoro rendendo partecipe della stessa anche chi lo contemplerà in profondità! Trovo bellissimo il motto dei domenicani: contemplata aliis tradere – trasmettiamo ciò che abbiamo contemplato.

 

 

 

Una crisi molto seria sta caratterizzando l’Occidente anche per quanto riguarda l’estetica, questo riguarda anche l’iconografia e l’architettura sacra. L’iconografia è stata per anni la “Bibbia dei poveri” capace di spiegare le cose di Dio a chi non sapeva leggere. Oggi nella maggior parte delle esposizioni d’arte contemporanea si ricorre a didascalie che spieghino per iscritto ciò che le immagini non sono più capaci di comunicare.

Benedetto XVI ha ripetuto molte volte che la fede non si dà attraverso il proselitismo ma per attrazione! Cosa c’è di più attrattivo dell’arte accompagnata dalla bellezza…è per questo che la via pulchritudinis è fondamentale per l’annuncio del Vangelo.

Papa Francesco ci invita spesso a trovare nuovi alfabeti per la trasmissione della fede: “Non dobbiamo avere paura di trovare ed utilizzare nuovi simboli, nuove forme d’arte, nuovi linguaggi“.

Se è vero che la bellezza salverà il mondo, salvare la bellezza è una grave responsabilità collettiva!  L’artista deve rivolgersi a tutti, e a ciascuno offrire consolazione e speranza, deve aprire orizzonti dove sembra che non ce ne siano più, scuotere il mondo anestetizzato da troppa indifferenza.

Affermiamo ed amiamo la bellezza, in essa s’incarna il senso della vita che non perisce, si tratta di salvare l’umano nell’uomo, di salvare il senso stesso della vita umana contro il caos e l’assurdo.  L’umanità ferita è alla ricerca della vera Bellezza e in fondo “l’arte non insegna nulla tranne il senso della vita”.

Il dipinto, realizzato nel gennaio 2022, da Francesco Astiaso Garcia, nel Catecumenium della Parrocchia “Cristo Re” di Civitanova, è tratto dall’opera originale di Kiko Arguello che si trova nella cappella della Parrocchia Santa Francesca Cabrini, ispirata alle icone Russe.

Un grazie speciale lo devo alla mia meravigliosa squadra di assistenti Don Peter Paul Sultana, Ruth, Maria, Clarisse, Jean Paul.

Francesco Astiaso Garcia

 

CONTEMPLATA ALIIS TRADERE  – Trasmettiamo ciò che abbiamo contemplato
I libri, gli scritti, le tele, l’arte non sono nulla

Un uomo lo si giudica in base alla vita e non all’opera,

e cos’è quest’ultima se non il grido della sua vita?

 

 

Lettera di Antonin Artaud a Pablo Picasso

Venerdì 3 gennaio 1947

 

“Pablo Picasso,

Io non sono un debuttante alla ricerca delle illustrazioni di un grande pittore per lanciare i suoi primi scritti.

Ho già cacato e sudato la mia vita in scritti che valgono quasi solo i tormenti da cui sono usciti, ma che bastano a se stessi, e non hanno bisogno del patrocinio o dell’accompagnamento di chicchessia per fare la loro breve strada…

 

Ho cinquant’anni.

Abito ad Ivry. Sono passato attraverso nove anni d’internamento, di sottoalimentazione e di fame, complicati da tre anni di segregazione, con sequestro, molestie, cella, camicia di forza, e cinque mesi di avvelenamento sistematico con l’acido prussico e il cianuro di potassio, ai quali, a Rodez, sono venuti ad aggiungersi due anni di elettroshock, punteggiati da cinquanta coma, ho sulla schiena le cicatrici di due coltellate, e le tremende conseguenze del colpo di sbarra di ferro che nel settembre 1937, a Dublino, mi ha diviso in due la colonna vertebrale, con ciò voglio dirle che in queste condizioni faccio fatica a trascinare il mio corpo, e che non è stato molto gentile avermi costretto a trasportarlo già per cinque volte da Ivry alla rue des Grands Augustins (4), e in pura perdita.

 

Può darsi che le mie poesie non la interessino e che secondo lei io non valga la pena di fare uno sforzo ma sarebbe stato quanto meno necessario dirmelo e concedermi l’onore di una risposta, quale che sia.

 

Il momento è grave, Pablo Picasso.

 

I libri, gli scritti, le tele, l’arte non sono nulla; un uomo lo si giudica in base alla vita e non all’opera, e cos’è quest’ultima se non il grido della sua vita?

La mia opera è quella di un uomo sofferente ma casto, io vivo da solo, e credo che, più di tutto, quel che le ha impedito di rispondermi sia il Demone che, nonostante l’età che lei ha raggiunto, la tiene ancora assoggettato a non so quale preoccupazione o ossessione…”

 

 

L’eco degli incontri fra Pio XII e gli artisti convincono nell’aumentare la stima e l’intesa con il papa, sempre più ritenuto uomo di grande valore e pontefice profeticamente ispirato da una densità creativa, che il pontefice sposta nel settore della pastorale. Gli artisti ammirano la sua concretezza che consegna loro il senso di appartenenza alla vita della Chiesa, nel cui segno papa Pacelli opera e decide. Non c’è tema fondamentale del Concilio Vaticano II che non sia stato sfiorato e suggerito dal suo magistero. Sta di fatto che le Udienze agli artisti sono da loro ricambiate con uno straordinario apprezzamento.

 

Per tutti valga l’impressione del premio Nobel, Francois Mauriac, il quale, al termine di una Udienza, commenta semplicemente: «Molto austero, molto fine e intelligente, molto bello, di una vita mistica e profonda». Pio XII incontra gli artisti di ogni disciplina e di qualsiasi età: dagli esteti più rinomati ai bambini (chi non ricorda, per esempio, l’incontro con la più giovane direttrice d’orchestra della storia della musica, Giannella De Marco): tanto da far cadere intorno a quel alone di ieraticità, presto sostituito da una dolcezza inaspettatamente paterna, così da catturare l’attenzione e la complicità tra papa ed artisti e improvvisarsi maestro di cultura laddove si parla di arte. Pio XII ama intrattenersi con gli artisti, sentire le loro intuizioni, conoscere le proprie opere, catturare la bellezza interiore di ciascuno, unita ai valori cristiani con i quali cogliere la feconda alleanza tra arte e Vangelo.

 

Gradisce, nonostante il variare delle forme stilistiche ormai lontane dal tempo della sua formazione umanistica, il “Sacre Coeur” di Georges Rouault, il “Crocifisso in ceramica” di Lucio Fontana, lo spartito “Missa Pontificalis pro pace” di Alfredo Casella, i “4 Inni sacri” di Goffredo Petrassi.

 

 

“Destava un certo stupore – rivela monsignor Ennio Francia, che preparava gli incontri – come Pio XII, che non era un Reinhardt né Thomas Mann, fosse attento non soltanto alle vicende spesso contradditorie delle forme espressive, ma anche alla evoluzione ermeneutica e filologica dell’arte”. Pio XII propone di riflettere sull’importanza morale e sociale dell’arte, ma sulla necessità delle diversità e del rinnovamento dei mezzi espressivi, sulla libertà che deve guidare la fantasia dell’artista. Questi ripetuti incontri rendono familiare l’immagine di un pontefice dalle braccia allargate, da molti forse considerato astratto e assorbito dalle vertigini dovute al pontificato, ma in realtà egli si rivela da vicino, con la tenerezza di un uomo semplice, simile all’artista, che impara un mestiere e una missione a misura di cristiano, che la Chiesa stima ed accoglie come figlio.

 

[testo a cura di G.B. Gandolfo]

Pio XII: a colloquio con gli artisti