
Ogni opera d’arte comunica un messaggio attraverso i suoi mezzi propri: la sua composizione generale, le sue linee, i colori, i giochi di luce e ombra, i tanti particolari disseminati qua e là dall’autore.
Che, nel nostro caso, è Trento Longaretti.
Nato a Treviglio presso Bergamo nel 1916, ben prestò manifestò una viva predisposizione naturale per il disegno e la raffigurazione in genere, maturando una precisa personalità stilistica già negli anni della giovinezza.
Sarà soprattutto dopo la seconda guerra mondiale che Longaretti inizierà ad applicarsi anche all’affresco, alle vetrate e al mosaico e, quel che è più importante, evidenzierà una grande attenzione verso le classi umili della società, sensibilità acuita dalla sua riflessione sullo sterminio degli Ebrei portato avanti dal nazismo negli anni immediatamente precedenti: non per niente tra i suoi maestri si annovera Aldo Carpi, che fu prigioniero a Mauthausen e Gusen. La sua fama andò crescendo, testimoniata anche dalla nomina a direttore della prestigiosa Accademia Carrara; la città di Bergamo gli conferì solenni onorificenze al compimento del centesimo compleanno. Morì nella città lombarda l’anno dopo, nel 2017.
Al mondo dei poveri questo “Viandante della pittura” – così lo chiama Matteo Galbiati – si accosta con un linguaggio umile e rispettoso, intenso ed essenziale, severo e coinvolgente. Le sue figure sono state definite “senza tempo”. E veramente così, al di fuori di una precisa collocazione cronologica, si presentano i personaggi della Madonna della Misericordia, dipinto realizzato per l’omonima antichissima confraternita bergamasca. Le lettere che appaiono, come un’aureola, sul capo della
Vergine ci orientano in questa direzione: infatti MIA è la sigla della fondazione Misericordia e, ovviamente, nello stesso tempo gioca con il nome di Maria, come se l’uno fosse sinonimo dell’altro.
Nel quadro due particolari balzano immediatamente all’evidenza, ambedue legati alla stilistica medievale. Anzitutto le dimensioni dei personaggi rappresentati. Non sono
dimensioni realistiche ma simboliche, presentando il personaggio principale molto più imponente degli altri: una gerarchia resa visibile dalle proporzioni.
L’altro aspetto è costituito da un elemento iconografico di grande impatto e di straordinaria efficacia psicologica e spirituale: il manto della Madonna. Il simbolismo del manto è immediatamente chiaro e riecheggia, insieme alla comune esperienza umana, anche un’intensa tradizione biblica.
Se l’Altissimo è «avvolto di luce come di un manto» (Sl 104, 2), anche Maria, sposa del Signore e sintesi della Chiesa, può esultare di gioia:
«perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto con il manto della giustizia» (Is 61, 10). Il manto è segno di difesa contro l’aggressione del freddo, di protezione dal vento gelido e tagliente, di cordiale accoglienza. Ma è anche segno di potere, sia in senso positivo sia quando, in atto di disprezzo, «misero addosso a Gesù un manto scarlatto»
(Mt 27, 28).
E di tale colore si presenta il mantello di Maria nel dipinto di Longaretti. In tal modo si afferma che il potere della Madre di Dio dipende in tutto da quello di Gesù, anzi da quello che si è manifestato in Gesù durante la sua passione, e ne condivide pienamente lo scopo. È l’annunzio della misericordia. Perché proprio in questo si rivela il vero volto di Dio nel suo operare verso gli esseri umani: il Misericordioso che si china ad
accogliere la miseria. Cristo è l’attualizzazione storica di questa verità. In lui si realizza un’azione definitiva di salvezza nei confronti del mondo, perché si converta «dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio» (At 26, 18).
Maria, prima collaboratrice di Gesù, è anche la sua prima “opera di misericordia”. Lei ci difende dagli assalti del male e, con il suo cuore traboccante di misericordia, ci avvia nuovamente sulle vie del bene. Lei è la casa, la tenda e il tabernacolo nel quale il Signore ha preso dimora per regnare nella storia. Riconosciamo in lei il mistero della misericordia di Dio che si abbassa sull’umanità e decide di ricominciare la creazione
nuovamente, dal principio. Maria è il progetto iniziale di Dio sul mondo:
«In te misericordia, in te pietate, / in te magnificenza, in te s’aduna / quantunque in creatura è di bontate», canta Dante Alighieri (cfr. Paradiso XXXIII, 19-21).
Il dipinto di Trento Longaretti ha una chiara impostazione verticale, a indicare quale sia l’origine della misericordia e quale ne sia l’esito finale: il cielo. Ma – il luogo in cui è collocato ce lo ricorda – è necessario che il cielo diventi terra; è necessario che la misericordia diventi opera, azione, intervento. Il mondo è buono ma non perfetto, noi siamo chiamati a portarlo alla perfezione, cioè a sostenerci contro il male, il dolore, il
fallimento. Queste sono le opere di misericordia, che trasformano la vita in liturgia e la liturgia in vita. La liturgia, infatti, non è un’azione staccata dall’esistenza quotidiana, ma è la sorgente e la finalità di una vita autenticamente vissuta. Essa è la possibilità e il tentativo di innalzare la nostra condizione umana, affinché si trasformi in una liturgia vivente, intessuta di lode a Dio per la sua bellezza, ringraziamento per i suoi doni,
implorazione della sua misericordia, adorazione della sua gloria.
Il quadro di Longaretti risale al 2005, ma esprime l’atmosfera di un’arte antica, un’arte popolare come un ex voto soffuso di un senso di malinconia quasi irreale, che in alcuni tratti ricorda Chagall. A ciò contribuisce anche l’assenza di prospettiva, al punto che i fedeli sono completamente compresi dalla figura della Vergine.
Maria è l’ambiente della misericordia.
Vincenzo Francia