Zurbaràn ha intuito da dove possa nascere la Bellezza che è amore

Il “realismo mistico”di Francisco de Zurbaràn, fonte di ispirazione per gli artisti?
Sul fondo scuro della tela, al museo del Prado a Madrid, si staccano due figure: un Cristo nudo fissato sopra un tronco nodoso, un vecchio calvo dalla barba sparsa sulle guance magre che lo guarda con la bocca socchiusa, una mano al petto e la tavolozza con i colori in un’altra mano. C’è un dialogo tra i due personaggi, e se c’è quale è o quale potrebbe essere?
Zurbaràn (1598 – 1664) lungo la carriera ha dipinto diversi crocifissi, sempre solitari. Questo è l’unico con un artista accanto all’Uomo in croce. I crocifissi del pittore rappresentano lungo i decenni un soggetto costante, una ”teoria”, ovvero una processione di figure scarnificate, corpi chiaroscurati, perizoma candidi emergenti dal buio, come in un ”Caravaggio spagnolo”. Zurbaràn si avvicina infatti al maestro italiano per l’impeto, il valore dell’ombra, lo struggimento sentimentale: ma è più misurato, più intimo, più riflessivo. Ogni crocifisso è contemplazione. Caravaggio eccede in dolore nel dramma della Passione di Cristo, Zurbaràn medita in solitudine, forse “lacrima” dentro di sé ogni volta che affronta il tema della sofferenza innocente.
Così il Crocifisso di Siviglia (1640 circa, Museo de Bellas Artes) sta implorando il Padre con uno sguardo verso l’alto, il corpo candido e scarno percosso da ombre che ne ravvivano le forme, come una stella nel buio; in un altro, sempre a Siviglia, il perizoma è ampio, gonfio, le braccia allargate, la preghiera più accorata. Nella tela a Chicago (1627, The Art Institut) Cristo è morto, il capo chino sul tronco ossuto, il corpo attraversato dalla luce: tutto è compiuto, nessun grido o preghiera contro quel fondo scuro che è notte fisica ma soprattutto notte dello spirito. Di un Uomo che pure in una versione sul 1640 (Collezione Privata) ha invocato con un gemito infinito il soccorso divino: sarà arrivato? Un grido attraversa la tela e rimanda a quel Volto Santo (Stoccolma, National Museum, 1630 circa) dove dal lino emerge un volto lacrimoso, la bocca schiusa, un dolore acuto che chiede pietà, com-passione. Altre volte il Cristo sta sospeso nel vuoto abissale (versioni a Bilbao, Siviglia, San Pietroburgo…), fantasma inchiodato le due mani e i due piedi, ondeggiante larva candida sul neutro di un cielo senza luce.
Immensa la solitudine del Crocifisso in ogni versione di Zurbaran, il corpo ombrato, pur forte ma provato, nel quale vibrano sciabolate di luce. Come se ogni volta da questo dolore oscuro nascessero fasci luminosi.
Sono certo “visioni” queste tele, offerte al fedele e all’osservatore, apparizioni che si presentano per “parlare”, mai distanti, anzi coinvolgenti l’anima umana, come e forse più di Caravaggio nella loro apparente ripetitività che sfiora l’astrazione. Il loro chiarore esce dall’ombra, illumina. L’Uomo dei dolori davanti al pittore che si immerge in lui forse rappresenta la sintesi di tutte le altre epifanie. Cristo si offre all’artista come luce che nasce dal dolore, come fonte di ispirazione sorgente dal buio della sofferenza, via per la Bellezza autentica ricca di tensione spirituale che rimanda ad una dimensione in cui l’ombra è vinta dalla luce.
Il pittore, forse un autoritratto, vestito di viola penitenziale conosce la fatica per esprimere la Bellezza, e gli nasce un abbandono affettuoso verso il Dio crocifisso, porta però del cielo, fonte della autentica ispirazione. Contemplandolo come candore nascente dall’ombra, offrendo a lui la sua arte, Zurbaràn ha intuito da dove possa nascere la Bellezza che è amore. Proprio per questo motivo il pittore spagnolo potrebbe diventare un “santo laico” protettore degli artisti cristiani. Frate Angelico ha portato il paradiso in terra come luce scesa fra gli uomini, Zurbaràn ne ha indicato la via, ossia la contemplazione dell’Uomo dei dolori.
Mario Dal Bello