DARÀ ORDINE AI SUOI ANGELI DI CUSTODIRTI IN TUTTE LE TUE VIE


L’angelo custode di Pietro da Cortona

(Roma, Galleria Nazionale di Arte Antica di Palazzo Barberini, 1656)

Ad una umanità smarrita Dio invia i suoi angeli.
Quanti sono gli angeli? «Migliaia», risponde la Lettera agli Ebrei
(12, 22); «legioni», dice il Vangelo secondo Matteo (26, 53); «mille
migliaia e diecimila miriadi», aveva contemplato il profeta Daniele (Dan 7,
10). Un numero, dunque, incalcolabile.
Essi adorano Dio cantando la sua lode e sono a sua disposizione
come messaggeri ed esecutori della sua volontà.
E aiutano noi.
Un numero incalcolabile.
Ma a questo bambino, ritratto da Pietro da Cortona nel 1656, ne basta
uno solo!

* * *

Pietro Berrettini, detto Pietro da Cortona dalla sua città di origine, è
uno dei grandi maestri dell’arte barocca. Giunse a Roma nel 1612 e vi
lasciò alcuni preziosissimi capolavori. La sua pittura è fatta «di carne e di
vento […] Il Cortona vuol capire come sia possibile far lievitare la pittura,
tende la fantasia a elastico, entra in un dialogo psicologico con tutti» 1 . E
proprio queste caratteristiche notiamo nel quadro dedicato all’angelo
custode, commissionato al pittore da papa Alessandro VII. È un’opera
estremamente semplice nel significato e solenne nella costruzione pittorica,
con un andamento verticale ma che si equilibra con spinte diagonali,
creando un effetto di movimento e al contempo di stabilità.
Sotto un cielo carico di nuvole e di fulminei bagliori, un angelo
prende per mano un bambino e lo accompagna. La figura angelica è
classicamente impostata, elegante e dinamica nelle movenze, dolcissima
nelle espressioni. Il messaggero celeste indossa una veste bianca quasi
argentea, simbolo di trasparenza e di purezza, ed è ricoperto di un manto
celeste che gli cinge la vita, segno della sua origine trascendente. Le ali
vibrano al muoversi dell’aria, in continuità con il panneggio delle vesti.
Qualche anno prima, papa Paolo V aveva istituito la festa degli
Angeli Custodi e, qualche anno dopo, Clemente X la estenderà alla Chiesa
universale. È dunque in questo contesto di cultura e di devozione che
prende forma il nostro quadro.

1 Flavio Caroli, La Storia dell’Arte, Electa, Milano 2011, p. 283.

Il bambino potrà affidarsi al suo amico celeste, potrà guardare a lui
superando paure e inesperienze, potrà muovere i suoi passettini guidato
dall’energico braccio di lui per sfuggire all’abisso che gli si apre dinanzi.
Potrà rivolgergli con totale abbandono la bella invocazione che la Chiesa ci
consegna da una tradizione risalente al medio evo:
«Angelo di Dio, che sei il mio custode,
illumina, custodisci, reggi, governa me,
che ti fui affidato dalla pietà celeste. Amen».

L’effetto di profondità che il maestro toscano conferisce al dipinto
non è solo un elemento stilistico, ma psicologico, perché insinua il senso di
smarrimento del piccolo di fronte ad una realtà che lui non è in grado di
controllare. La luce inonda i due personaggi, creando un’atmosfera di
serenità nella tempesta. All’umanità tutta e alle singole persone umane Dio
manda i suoi angeli. Affinché i passi di ciascuno, per quanto colpevoli e
infangati come quelli di Adamo ed Eva o incerti e traballanti come quelli di
un bambino, possano procedere sulla via della salvezza.
Particolari da evidenziare:
1. Il braccio destro dell’angelo. L’angelo indica al bambino lo spazio del
cielo non coperto da nubi oscure, ma inondato dalla luce dorata di Dio. In
questa atmosfera luminosa forme e volumi tendono a dissolversi e a
diventare fluidi, indefiniti: uno stile capace di comunicare il senso del
mistero divino.
2. Il viso dell’angelo. Lo sguardo dell’angelo è tutto concentrato sul
fanciullo. In tal modo infonde nel cuore del piccolo il senso della fiducia e
della sicurezza. Il dialogo degli sguardi compie il prodigio di rasserenare e
incoraggiare nelle difficoltà del cammino.
3. Le mani dell’angelo e del bambino. Una luce intensa definisce i due
protagonisti dando consistenza alle loro forme, contornandone le figure e
avvolgendole in colori chiari.
4. Lo sfondo oscuro. Un paesaggio appena accennato, ma allegoria di un
mondo tenebroso. «Conducimi tu, luce gentile, nel buio della notte che mi
stringe»: parafrasando questa celebre invocazione che John Henry Newman
rivolge a Dio, potremmo riconoscere nell’angelo un segno e uno strumento
di quella “luce gentile” che è la divina bontà.

Vincenzo Francia