
Il pittore Giusto de’ Menabuoi nacque a Firenze intorno al 1320. In età
giovanile, probabilmente a causa della celebre peste del 1348 (quella
raccontata da Giovanni Boccaccio nel Decamerone), si trasferì a Milano,
dove realizzò alcune opere; ma il suo capolavoro lo eseguì tra il 1375 e il
1378 a Padova. Qui, infine, morirà nel 1387.
Quel periodo fu un tempo di grande floridezza per la città del Santo.
Padova, infatti, si trovava in un punto di convergenza di intensi flussi
commerciali, economici e culturali e, sotto l’aspetto artistico, fungeva da
catalizzatore dell’arte dell’Italia centrale, di quella tardo-bizantina di
Venezia e delle correnti gotiche del Nord Europa: e, infatti, tutte queste
linee stilistiche si riscontrano nell’opera padovana di Giusto.
Con il probabile aiuto di alcuni collaboratori, il Maestro fiorentino
affrescò il Battistero di Padova, che è uno spazio di forma cubica sovrastato
da una cupola. Nel giro di pochi anni le quattro pareti si riempirono di
dipinti evocanti le storie bibliche dell’Antico e del Nuovo Testamento,
dalla Genesi alla crocifissione e glorificazione di Gesù, mentre il soggetto
scelto per lo spazio della cupola fu il paradiso.
È proprio sulla cupola che fermiamo la nostra attenzione, perché nel
solenne dipinto il ruolo della Vergine Maria viene evidenziato con toccante
sensibilità artistica e spirituale.
Sotto l’aspetto stilistico l’affresco di Giusto appare caratterizzato, alla
scuola del suo grande compatriota Giotto, dalla realizzazione di forme
solide e luminose, con una ricca gamma di colori e di sfumature. In tal
modo lo sguardo dell’osservatore può trascorrere da un’immagine all’altra
e intuire un senso generale di novità e di freschezza, là dove ci si
aspetterebbe la monotonia di uno schema ben definito.
E ben definito, infatti, è questo schema. Sembra una grande costruzione
nella quale le singole figure trovano il loro posto, come le sintesi teologiche
che in quei secoli alcuni profondi pensatori andavano componendo
(pensiamo, ad esempio, alla Summa Theologiae di San Tommaso
d’Aquino); un disegno complessivo, nel quale tanto l’insieme quanto le
singole figure risultano armonizzati e comprensibili. Interessante è la
definizione dello spazio, con quell’addensarsi di personaggi che non è
caotico, ma in perfetto equilibrio tra la reciproca connessione delle figure e
la variazione tonale e luministica del colore.
Ancora più interessante, per l’aspetto che ci interessa, è il significato
religioso e spirituale che promana da quest’opera, in cui Giusto de’
Menabuoi si dimostra non solo grande pittore ma acuto teologo.
Analizziamola con attenzione.
Un primo significato deriva dall’architettura dell’ambiente. Questo,
dicevamo, è formato da due corpi: una base quadrata e una volta curva. Il
quadrato è simbolo della terra: è famosa, infatti, l’espressione «i quattro
angoli della terra», che troviamo anche nel libro dell’Apocalisse (7,1). La
cupola, invece, è simbolo della volta celeste. Perciò l’incontro di queste
due figure geometriche manifesta quello che è lo scopo fondamentale di
ogni religione, cioè l’incontro tra il cielo e la terra, tra il divino e l’umano,
tra il cosmo e la storia. Se poi un simile edificio è un battistero cristiano,
allora questo significato si arricchisce di un ulteriore valore teologico e
liturgico: è proprio grazie alla celebrazione del Battesimo che l’incontro tra
Dio e l’uomo diventa ancora più concreto e pregnante.
In questa struttura architettonica, allora, si comprende ancora di più
l’opera di Giusto. Egli, infatti, riserva alla zona inferiore, cioè allo spazio
terreno, le scene della storia: così il «Dio con noi» è raffigurato in atto di
creare il mondo e l’uomo e di iniziare quel dialogo di salvezza che troverà
il suo vertice nell’incarnazione e nella Pasqua di Gesù. La cupola, invece, è
la manifestazione di ciò che è al di là della storia, cioè la visione
dell’Apocalisse: il Cristo che appare nella sua gloria e chiama accanto a sé
gli eletti. Il motivo del cerchio riecheggia in tutto l’affresco, dalla struttura
architettonica al medaglione centrale dove è raffigurato Gesù fino alle
aureole degli angeli e dei santi, che moltiplicano l’effetto circolare.
Cristo glorioso, circoscritto in un arcobaleno, appare con il volto sereno
e benedicente, mentre regge tra le mani un libro sul quale sono scritte le
parole «Io sono l’Alfa e l’Omega …», affermazione tratta, ancora una
volta, dall’Apocalisse (1,8. 17; 21,6). Alfa e Omega, come è noto, sono la
prima e l’ultima parola dell’alfabeto greco e indicano, pertanto, il principio
e la fine di ogni cosa. In Gesù Cristo tutto si riassume, si ricapitola e si
raccoglie in unità.
In questa straordinaria visione, appare la Santa Vergine: è presentata dal
pittore come una enorme icona che si staglia tra cielo e terra. Da un punto
di vista compositivo, la figura di Maria costituisce un’eccezione, una pausa,
nel ritmo delle linee circolari. È quasi un freno, che raccoglie le spinte
centrifughe e le orienta verso l’alto, cioè verso la figura centrale del Cristo,
come l’asse principale di una ruota, il raggio che collega le spinte esterne
direttamente con il centro.
Imponenti sono le sue dimensioni, non solo perché è molto più grande
degli altri santi, ma soprattutto perché la sua statura è pari a tutte le schiere
degli eletti e raggiunge direttamente il cerchio del Cristo. Rilevante, poi, è
la sua collocazione, tra Gesù e la parte inferiore del Battistero, cioè tra lo
spazio divino e quello riservato alla storia. La Madre di Dio, accompagnata
da angeli musicanti, ha una corona regale sul capo ed è ricoperta di una
veste rossa e di un manto azzurro, gli stessi colori delle vesti Gesù; ha le
braccia aperte, secondo l’antica iconografia dell’Orante; è avvolta da una
mandorla di luce e si staglia nel dipinto come una grande porta luminosa.
Maria, dunque, come canta l’inno delle feste in sua memoria, è la felix
coeli porta «felice porta del cielo», attraverso la quale Dio è entrato a far
parte della storia e la storia è entrata a far parte di Dio, la porta che
permette la discesa di Cristo nel mondo e la salita dell’uomo verso Dio.
Il gesto delle mani aperte in atto di preghiera accenna ad un ruolo
sacerdotale svolto da Maria.
La parola «sacerdote» deriva dal latino sacra do (= dono le cose sacre).
«Sacro», a sua volta, vuol dire «separato, distinto» e denota tutte quelle
cose che sono diverse rispetto al mondo perché appartengono alla divinità.
Il sacerdote è, dunque, la persona che dona le realtà divine agli esseri
umani. Una tipica azione da lui compiuta è la celebrazione del sacrificio
(dal latino sacrum facere = rendere sacra, cioè appartenente a Dio, una
cosa), rito che avviene sopra un altare. Una tale mentalità è diffusa,
praticamente, in tutte le religioni.
Il cristianesimo, tuttavia, senza negare l’esperienza delle altre religioni,
proclama che l’unico sacerdote è Gesù, perché solo in lui, veramente Dio e
veramente uomo, divinità e umanità si sono definitivamente incontrate. Di
conseguenza, chi entra in comunione con Gesù partecipa del suo
sacerdozio. È il cosiddetto «sacerdozio comune», in forza del quale ogni
cristiano e l’intera comunità cristiana continuano a «dare al mondo il
Salvatore» e ad offrire a Dio Padre la vita propria e dell’intera umanità.
Nella comunità cristiana, però, esiste una categoria di persone a cui il
titolo di sacerdote viene attribuito anche per altri motivi: si tratta dei
«preti», parola che deriva dal greco presbìteros (= anziano, persona
matura). Potremmo dire, perciò, che tutti i cristiani sono sacerdoti, mentre
alcuni di loro sono preti. Dunque ogni credente riproduce in sé l’immagine
di Cristo; il prete lo fa sotto l’aspetto del capo del suo corpo che è la
Chiesa: il prete è il pastore, l’animatore, il presidente in nome e in
rappresentanza del Buon Pastore. Egli esercita, in tal modo, un «sacerdozio
ministeriale», cioè un servizio agli altri.
In questo contesto, è evidente che Maria, come e meglio di qualsiasi
altro sacerdote, ha dato al mondo la realtà sacra per eccellenza, lo stesso
Dio nella persona del Figlio. Lo ha fatto in tutta la sua vita mortale e anche
oggi, nella pienezza della gloria, continua a donare il Figlio redentore. Ella
non è stata insignita del sacerdozio sacramentale che si svolge nella triplice
funzione di servizio magisteriale, liturgico e pastorale, ma di un
«sacerdozio mistico».
Così si esprime un antico scrittore cristiano, Tarasio di Costantinopoli:
«Tu, o Maria, sei la purissima offerta di Abele, gioia dei primogeniti,
immacolato sacrificio e illustrissimo splendore del sacerdozio di
Melchisedek; tu la ferma fiducia di Abramo e la sua fede carica di
promessa di futura posterità; tu sei il nuovo sacrificio e lo spirituale
olocausto di Isacco. Ave, solenne liturgia dei sacerdoti!».
Contemplando l’affresco padovano di Giusto de’ Menabuoi, gli occhi
rimangono estasiati da quell’immensa schiera di angeli e di santi e dal
cuore sgorga spontaneo il canto, tante volte eseguito nelle nostre comunità:
«E quando in ciel dei santi tuoi la grande schiera arriverà, o Signor, come
vorrei che ci fosse un posto per me».
Ci sarà un posto anche per noi?
Il dipinto presenta uno spazio completamente riempito, come se non ci
fosse posto per nessun altro.
Ma il gesto «sacerdotale» di Maria ci conforta: le sue braccia aperte
sono lì per accoglierci e non si chiuderanno fino a quando l’ultimo dei suoi
figli non avrà raggiunto la gloria del Primogenito.
Vincenzo Francia