Beato Angelico, Maestro di Contemplazione

A Firenze in oltre 140 opere la rassegna sull’artista domenicano. Pittore della luce.

 

“Questo secolo è malato perchè non adora”, scriveva qualcuno agli inizi del Novecento. E noi potremmo condividere anche oggi questa constatazione. Perciò  una rassegna su fra’Giovanni da Fiesole, detto, a partire dal Vasari “Beato Angelico”, è una occasione per ritrovare la realtà della contemplazione che rende l’uomo, uomo.

Dalla luce alla luce. Questa potrebbe essere la linea di fondo del percorso spirituale ed artistico  di un piccolo uomo magro – come si nota nei nascosti autoritratti -,  teso ad entrare nel divino, contemplarlo e poi portarlo fra noi,  come il motto del suo ordine: “Offrire a tutti  ciò che si è contemplato”.

Al Museo di san Marco a Firenze, la Deposizione di Santa Trinita (1432 circa), appena restaurata, offre l’occasione per una visione di immensa dolcezza, di limpidezza coloristica, nel digradare del paesaggio verso l’orizzonte primaverile, senza fine. Fra’ Giovanni sa che l’uomo esce da Dio e poi ritorna a lui, come scrive il suo maestro Tommaso d’Aquino. Tocca il dolore, il sangue, il martirio, ma è un passaggio. E’ così che possiamo entrare e “vedere” non solo con gli occhi fisici, la sacra rappresentazione di un Cristo giovane, pur con i segni della flagellazione, che viene calato con delicatezza dalla croce, mentre Maria e i dolenti lo attendono  sopra un prato fiorito.

Tutto è luce, trasparenza, nobiltà di sentimenti. I corpi, come accadrà nelle celle del convento,  sono pieni di una luce che li trasfigura e li rende “persone” in pienezza, umane e rivestite del divino che è in loro . Per questo motivo ci affascinano, ci sorprendono, ci invitano a vivere per qualcosa che sa di eternità.

 

Maestro del colore, Giovanni inventa rossi gialli azzurri e oro in un cangiantismo puro che sedurrà  Botticelli , Michelangelo, ma anche Mark Rothko nella sua Cappella texana ad Houston ( (1964 – 1971). Sono colori che nascono dall’anima e quindi emanazioni dell’unica candida luce che li origina. Nulla di forte e violento, come nei contemporanei Masaccio e Andrea del Castagno, ma parole che dicono una umanità virile, ferma, composta e soprattutto, mite.

La vasta Pala di San Marco (1438 – 1433), restaurata e ricomposta con17 dei 18 elementi sparsi nei musei del mondo, è un rinascimento meraviglioso, armonico, inondato di luce davanti ad un giardino della natura più bella, così amata dal pittore. Fra i brani ora visibili, ecco un Seppellimento di Cristo che ci richiama a Bill Viola, o un Crocifisso che pare uscire dalla tavola,e soprattutto, nell’insieme una grandissima pace.

Angelico è un maestro della pace. Essa pervade le sue opere, anche il Giudizio universale (1425-1430) con l’inferno e la “danza delle anime beate”, e il Tabernacolo di santa Maria Novella con l’Assunta fra canti dell’oro e dell’azzurro.

Sono ben 140 le opere sue e dei contemporanei tra Palazzo Strozzi e il Museo di SanMarco. Un viaggio che ci immerge nella bellezza più pura, come l’angelo biondo dell’Annunciazione da San Giovanni Valdarno, ove Angelico come sempre porta  il divino in terra come un piano inclinato per trasportarci nel paradiso dantesco che ”solo amore e luce ha per confine”. Fra tante opere, alcune vette: gli occhi del piccolo Gesù che ci trafigge nella Madonna delle ombre nel convento e il pesco in fiore nel Gethsemani nell ’Armadio degli argenti. Luce e null’altro.

Tanto che sembra nessuno osi farsi un selfie, nel convento. Qualcosa glielo impedisce.

Da non perdere.

Mario Dal Bello