I San Francesco di Francisco  Zurbaràn (1598 – 1654)

 

Pittore di serie di sante e santi, per confraternite e conventi, Francisco esprime pienamente l’atmosfera devota della religiosità spagnola della Riforma cattolica, adeguandosi alle direttive postconciliari in merito alla raffigurazione artistica del sacro,  espresse in particolare negli scritti del  contemporaneo pittore  Francisco Pacheco. Francesco, insieme alla Maddalena, a Gerolamo, a san Pietro, al Battista, fa parte dei santi “penitenti” della Riforma, proposti come modelli di conversione di vita e di ispirazione  per i fedeli verso il sacramento della confessione –  inaccettato dai protestanti – negli apposti “confessionali” lignei.

E’ un’arte devota, fortemente emotiva, volutamente popolare, realistica anche in modo spinto, e al contempo  tendente ad una spiritualità vicina al misticismo sulle orme di due personaggi straordinari come Giovanni della Croce e Teresa d’Avila. Quindi, un deciso ascetismo in luoghi diurni o notturni, una essenzialità cromatica, una vibrazione luministica con accenti spirituali diventano dei “topoi” linguistici in uso, come si evidenzia ad esempio nelle tele di Caravaggio, ben note in Spagna come La Crocifissione di sant’Andrea dipinta dal Merisi a Napoli e poi trasferita in terra iberica,  o nelle allampanate raffigurazioni del Greco, nelle quali il timbro  mistico è fortemente acceso.

Zurbaràn si situa in una linea diremmo caravaggesca, di un voluto e insistente tenebrismo così da presentare il santo come una figura di questo mondo che però tende verso il Cielo o sembra provenire da esso per  farsi ”vedere” dal fedele. Ed è interessante che il Francesco di Zurbaràn  come quello caravaggesco si avvicini nell’immagine ai Francescani riformati, cioè i Cappuccini, toccando nel nostro pittore vette spirituali ed espressive di notevole fascino.

Fra le varie tele sul santo, alcune sono di una bellezza originalissima. Ciascuna segna un percorso  progressivo del pittore nell’individuare la personalità umana e le sfumature psicologiche del personaggio, colto in momenti diversi della sua esperienza ascetica e mistica.

Il San Francesco con un teschio in mano (olio su tela, cm. 204,8 x  113. Milwakee Art Museum, 1635 circa) è avvolto di tenebra, nella tomba. Nell’oscurità quasi totale, il volto perso nel cappuccio appuntito, i l saio marrone ampio dalle pieghe scanalate come colonne, le mani e i piedi bruni, il teschio orrorifico – secondo l’amore secentesco per il macabro- , si mostrano a noi immagini di una penitenza solitaria, quasi spettrale. La luce rende cubica la figura, modernissima, monumentale come una scultura. Pur ignota la sua collocazione originale, la tela affascina per il livello spirituale che concentra emotività e spiritualità nell’emozione di una apparizione.

Nel San Francesco inginocchiato (olio su tela, cm. 162 x 167. Londra, National Gallery, 1639) Zurbaràn firma l’opera  in basso in un cartiglio. Tenebrismo e  intenso plasticismo delineano un santo coinvolto nella conversazione con Cristo dentro l’oscurità, mentre di lontano si apre lo squarcio di un poetico tramonto. C’è un impeto nella figura vestita di un saio rattoppato (come in un dipinto analogo di Caravaggio), nella luce che batte decisamente sul tergo del santo, sul volto e sulla mano aperta nel colloquio drammatico con il divino.  Zurbaràn quindi non trasfigura, ma entra nella vita intima del santo con decisione, facendo brillare nel buio e dal lume in primo piano la poesia calda, affettuosa della fine del giorno nella preghiera che si fa così una invocazione fervida nella bellezza appena accennata della natura.

Il San Francesco in piedi ( olio su tela, cm. 170 x 100. Barcellona, Museo Nazionale d’Arte della Catalogna, 1640 circa), è la figura solenne del santo eretto contro un buio cupo, dominata dalla luce fortissima che copre il saio dipinto  a larghe e solide pieghe, il  cappuccio colpito da un lume dorato, “santificatore” sul volto bellissimo incappucciato, gli occhi rivolti al cielo colmi di passione religiosa profonda, immerso in un rapporto con Dio totalizzante. E’ una visione, come se dalla morte il santo stesse tornando in vita per farsi modello per il fedele: modello di fusione totale con Dio ma senza dolore ,come invece accadrà nelle estasi del Bernini.

La scoperta del corpo incorrotto del santo ad Assisi, compiuta nel ‘400 dal papa Nicola V ha favorito una serie letteraria e iconografica nuova, soprattutto diffusa dai Cappuccini. Qui Francesco è dunque una apparizione post-mortem, una istantanea, tra luce e buio, grandiosa e frontale, gloriosa, un messaggio dall’oltretomba da parte di una persona ancora viva, presa da una eterna passione con Dio e per Dio.

Il San Francesco in piedi (olio su tela, cm. 197 x 106, Lione, Musée des Beaux-Arts, 1645 circa)  sta in piedi, mummificato, secondo una tradizione che lo vedeva morto e sepolto in piedi. Nel colore scarno, monocromo sul grigio e sul bianco pallido,  egli appare un fantasma dal volto assorto nella visione divina, cinereo:  ma gli occhi sono ancora ben aperti, come se continuasse  nella sua estasi. La figura è alta, la tonaca la copre interamente, le mani sono chiuse dentro le ampie maniche: non ha corpo, solo anima, come nel Greco. Questa icona impressionante è contemplazione assoluta di Dio da parte di un corpo che si cela, pur esistendo -a differenza del Greco –  per essere solo occhi di una creatura fragilissima ma splendente.

Ecco ancora San Francesco in meditazione (olio su tela, cm. 64 x 53. Monaco, Alte  Pinakotek, 1658 circa).  Il colore grigio-marrone-bruno si fonde mirabilmente e con intatta armonia nella piccola opera. Il santo rivolge una preghiera ardente al cielo, tenendo in  mano il teschio. Il volto è bellissimo, quasi giovanile. La luce bassa e calda conferisce alla immagine il sentimento di una riflessione intima, una preghiera dal cuore che pare avvicinarsi davvero a certi momenti della pittura del Greco. E’ un’opera dell’ultimo tempo del pittore, pervasa perciò dalla meditazione, dalla passione, dall’affetto senza far squillare i colori, ma mantenendoli musicalmente sotto tono per far brillare  la luce su di un volto “perduto” nel sospiro amoroso.

Il San Francesco inginocchiato (olio su tela, cm. 127 x 97. Bilbao, Valdès, 1659) sta appunto in ginocchio,  rivolto verso di noi dal fondo del cielo e di alberi, in lacrime, rare nel pittore che nel sentimento di estasi dolorosa sembra confrontarsi con El Greco. Firmato a destra in basso su di un cartiglio, il dipinto diventa un’opera-testamento dell’artista, indagatore di un santo molto popolare negli aspetti più penitenziali ed interiori. Zurbaràn di fatto è diventato un ”pittore dell’anima” umana a contatto con il divino.

 

Mario Dal Bello