A quattro anni dall’inizio del conflitto in Ucraina, il braccio teso della Regina Pacis di Galli appare oggi come un monito
straziante e necessario contro l’inerzia della violenza. In un mondo che sembra aver smarrito la via di Betlemme,
la purezza di questo marmo torna a interrogarci sulla responsabilità di ricostruire, ora più che mai,
un’autentica cultura della pace.

La Regina Pacis di Guido Galli
In cammino verso l’identificazione e la realizzazione di un nuovo umanesimo, Maria si presenta come una figura di riferimento sia per i credenti sia per quanti sono in ricerca di un mondo ricco di autenticità e di bellezza. Infatti, come l’aveva cantata Dante Alighieri, tutta la bontà dell’universo si riassume in lei: «In te misericordia, in te pietate, / in te magnificenza, in te s’aduna / quantunque in creatura è di bontate» (Par. XXXIII, 19-21).
Ebbene, se nella tradizione biblica e cristiana c’è una parola che sintetizza l’insieme dei valori umani, questa parola è “pace”. La pace è felicità perfetta, è benessere e salvezza, è giustizia e libertà. Questo è il dono promesso da Dio attraverso il canto dei suoi angeli nel momento in cui il Figlio eterno nasceva come uomo dal grembo di Maria: «Pace in terra agli uomini!» (Lc 2, 14).
Nel 1918, al termine della prima guerra mondiale, papa Benedetto XV affidò all’artista romano Guido Galli, direttore artistico delle sculture dei Musei Pontifici, il compito di scolpire una statua di Maria con il Bambino, come gesto di ringraziamento per la fine del conflitto e come invocazione per scongiurare il flagello dell’odio e della violenza tra i popoli. Il gruppo scultoreo occupa il suo posto originale nella navata di sinistra della Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, la chiesa che ospita, quale reliquia più insigne, un frammento della mangiatoia di Betlemme: non è dunque fuori luogo il richiamo alla notte di Natale. Il soggetto del lavoro è chiaramente indicato nell’invocazione scritta sulla base: Ave Regina Pacis.
L’impostazione dell’opera è solenne, quasi architettonica. La composizione è organizzata prevalentemente sul piano frontale, ma anche gli altri punti di vista permettono di cogliere, in scorci vivaci e intensi, una purezza e un nitore diffusi.
La linea di contorno è dinamica e armoniosa e il suo ritmo, elastico e complesso, genera una “narrazione” continua, che si esprime in un efficace equilibrio delle movenze classiche delle figure e nella felice proporzione tra le spinte verticali e quelle orizzontali.
I volumi sono ben distribuiti e ponderati: al braccio sinistro della Vergine, che si alza con energica determinazione a fermare l’odio dei popoli, corrisponde il movimento graziosamente instabile del Bambino che regge con la destra un ramoscello d’ulivo.
A livello visivo, perciò, non si determina nessuna antitesi tra le varie forme; queste anzi si unificano nel bianco candore del marmo, che spicca con particolare evidenza sullo sfondo rosso granito della parete: anche ciò contribuisce a comunicare quel messaggio di pacificazione che l’opera intende trasmettere
Maria siede sopra un trono. Ciò allude alla sua regalità, che riecheggia nel titolo ai suoi piedi. La solennità della sua postura è vivacizzata dal movimento di Gesù. Il panneggio delle due figure è agitato, ma le ampie linee della veste e del manto di Maria e del lenzuolino del piccolo Gesù sono definite in un una modulazione composta e sacrale, senza che vengano a determinarsi angoli acuti o linee spezzate. Un tocco di bellezza materna è costituito dalla lunga veste della Vergine, raccolta sul petto da un laccio adornato da un arabesco ricamato.
Sulla destra ai piedi del trono notiamo rose e gigli, i fiori più tipici della devozione mariana, simboli di rinascita dopo le tragedie della guerra. Al lato opposto, invece, fa capolino la colomba di Noè, in attesa di ricevere da Gesù un ramoscello di olivo che, a sua volta, recherà al mondo intero.
Il volto di Maria, dolce e maestoso, esprime una gamma di sentimenti: la preoccupazione materna, la severità del suo richiamo nella gravità del momento, un senso di tristezza per quanto è accaduto e rischia continuamente di accadere, una vigorosa tensione che riecheggia anche nel collo. A differenza di lei, il Bambino accenna ad un sorriso, mentre guarda la colomba della pace e sembra giocare con il ramoscello.
I diversi effetti della luce e dell’ombra, tipici di ogni statua, possono far pensare, a loro volta, all’alternarsi di esperienze tenebrose e momenti luminosi nelle vicende della storia. Tutto ciò si compie con un felice recupero del linguaggio classico e con una grande capacità di sintesi tra eleganza e forza espressiva. Questa forza si sprigiona come dal di dentro dell’opera e non può essere frenata in un rigido schema, così che il manto di Maria supera i bordi della base e dei braccioli del trono.
Il gruppo realizza un rapporto estremamente rispettoso nei confronti dell’ambiente: nella basilica per eccellenza dedicata alla Madonna non invade lo spazio, ma si pone come una tappa significativa nel cammino di chi attraversa la navata.
E tale cammino diventa segno di un’umanità in perenne pellegrinaggio verso la pace, un’umanità sempre bisognosa di ricostruire la pace, un’umanità che ponga la pace al di sopra di ogni altro ideale: essa è la sintesi degli ideali.
Non possiamo dimenticare, infine, che questa riflessione si svolge alla vigilia del centenario delle apparizioni della Madonna a Fatima. Era il 1917, l’anno prima che Guido Galli scolpisse la Regina Pacis. È noto che uno dei motivi ricorrenti in quelle apparizioni fu il richiamo della Vergine alla conversione anche per evitare la possibilità di nuovi conflitti: «Se si farà quello che io dirò» – rivela Maria durante la terza apparizione – «molte anime si salveranno e vi sarà pace».
A un secolo di distanza bisogna riconoscere che quel richiamo resta di una tragica assoluta attualità.
In attesa che menti aperte e cuori generosi lo accolgano e lo facciano fruttificare.
Vincenzo Francia