Angelico, Grunewald, El Greco. Tre Resurrezioni in dialogo.
Com’era il Cristo della resurrezione?. Visibile certo ma anche invisibile, assomigliante all’uomo prima della morte ma anche dissimile. Presente eppure in una altra ”forma” che solo grazie ad una luce spirituale poteva esser “vista” e “compresa”. Una resurrezione che coinvolge il cosmo, il corpo, gli affetti.
Fra le numerose raffigurazioni che l’arte ha cercato di offrire di quest’Essere misterioso che si presenta, si fa vedere quando come e a chi vuole, questo Vivente che suscita meraviglia, tre artisti hanno tentato di fare una rappresentazione che è anche o meglio soprattutto “visione”.

Fra Giovanni Angelico negli anni Quaranta del ‘400 nel convento fiorentino di san Marco presenta la scena in cui la prima “visionaria”, Maria Maddalena scopre un Risorto candido, biondo, dal passo lieve come danzante in un giardino meraviglioso. Nel giardino era iniziato il dramma, nel giardino esso si conclude si amplia in un nuovo inizio, come un vento soave che accarezza il prato e le vesti rosa della discepola innamorata che vorrebbe il Maestro per sé mentre invece ora è per tutti. Il Risorto illumina gli affetti, i rapporti, li vuole portare su di un piano sopra-naturale dove essi continuino a vivere ma con un contenuto, un approccio molto più pieno. Il Cristo passeggiante che sta per andare al Padre non può restare a lungo sul prato della nuova primavera del mondo, deve ascendere a Dio per portarvi tutti. Cristo si allontana da Maria per sollevarla dentro l’amore universale. Ecco perchè l’affresco è dolcezza luminosa, freschezza di un sentimento verginale, una nuova espressione dell’amore, colori puri di una eterna primavera.

Verso il 1515 Mathis Grunewald nel Polittico di Isenheim a Colmar “vede” un Risorto-Astro fulgente dentro l’universo stellato, lucente come un sole sorridente, danzante nel ritmo di un concerto immenso: solo oro, solo sorriso. I soldati sono tramortiti, e giustamente: appartengono al mondo “vecchio”, che non vuole redenzione, e non conosce resurrezione, i loro colori sono stridenti.
Lui, il Cristo-Verbo divino vola nel cosmo che sta percorrendo alla velocità della luce per ricrearlo, dargli un moto amoroso che sia perpetuo e creatore.
Il Risorto di Mathis non è infatti un motore immobile, è una apparizione-rivelazione di un Essere Vivente che si fa vedere per un attimo e poi si dilegua per correre cieli infiniti: il cosmo risorge. Si illumina di una pienezza che non conosceva, Cristo è la stella di un mattino che non avrà tramonto. Di qui le infinite vibrazioni dell’oro, del rosso, del blu, l’assenza di proporzioni cinquecentesche ancora ”umane” perchè ora l’armonia è altra, nuovo è l’universo dove le stelle sembrano occhi aperti e raggianti sull’infinito che si è fatto Persona nuova. Il Risorto è il bagliore della Trinità che invade ogni cosa che esiste e la rende sublime.
Alla fine del ‘500 a Toledo in Spagna El Greco dipinge la sua”visione (Museo del Prado). Un Cristo bellissimo, pallido ,si eleva nella luce chiarissima, benedicente e vittorioso, sopra una atmosfera incolore o meglio di un colore che non è umano, mentre al di sotto precipitano i soldati in un concerto ”stonato”, irrequieto, confuso.
L’esplosione del Risorto genera una catastrofe che le tinte allucinate, acute rendono tragica, infinita. La tragedia di chi non ha creduto e sta perdendo la sua umanità.
El Greco scopre qui la dimensione corporea nuova del Risorto. Un giovane uomo dal volto bizantino, agile, longilineo, forte e di una lunghezza-altezza innaturale, candido, creato da un pennello che ce lo rende palpabile. Ma questo corpo è circonfuso di luce: è trasfigurato, è glorificato. Corpo e anima sono un tutt’uno ardente di luce propria, fosforescente: vengono glorificati insieme, divenendo una fiamma candidissima, estesa all’infinito. Questo corpo vibra e traspare, appare e scompare, trionfa ed agisce come perno di una umanità divinizzata, imbevuta della medesima sostanza divina. Il colore non può che essere spirituale, sovra-naturale come la luce che è di fatto un incendio in cui brilla il corpo trafitto, con i segni del dolore, e perciò vero, ma denso di immortalità. Per questo El Greco si lascia trasportare e ci trasporta dentro una “mirabile visione”.
Mario Dal Bello