La luce cadente

Le quattro “anime “del Caravaggio: scoperte, narrazioni, drammi e morte-resurrezioni.

 

 

La luce bella è calda, la luce che scopre la dimensione umana della storia. La luce che ne penetra il dramma, e la luce che langue fin quasi a morirne per aprirsi ad un bagliore di speranza.

La vicenda pittorica caravaggesca si potrebbe sintetizzare anche in quattro tappe, o meglio manifestazioni della luce, le quali arrivano, nascendo dall’ombra, a rivelare – forse in certi momenti inconsapevolmente per l’artista stesso – la sua vera poetica, divenendo il suo linguaggio specifico.

Nelle opere giovanili e sino alla Cappella Contarelli (1600-1601) in san Luigi dei Francesi, fresco di ricordi lombardo-veneti, Caravaggio esplora il mondo. La luce è piena, vibrante, crea un Ragazzo con un canestro di frutta, un giovane ingannato da una zingara, un Bacco sudaticcio, un Riposo in Egitto umido e affettuoso. Fino ai concerti nell’ambiente del cardinal Del Monte, dove la musica si scalda e penetra ovunque, esalta il colore, rende tenera l’ombra che la produce, canta il languore giovanile.

Ma anche inizia a divenire acuta nella Giuditta e Oloferne Barberini, dopo le morbidezze della Maddalena seduta, uscendo da una ombra che si fa dura, e brilla aguzza in sante come la Caterina d’Alessandria.

La luce è comunque sempre bella. Rivela la storia umana come nel ciclo di san Matteo o nelle scene di Pietro e Paolo in santa Maria del Popolo. Matteo viene ”rianimato” dal Cristo che fuoriesce dal buio portandovi un raggio luminoso che si scompone poi nel dramma del martirio, rianimato sempre dal Cristo. Ora, la luce rivela la storia umana, quella evangelica, ma non solo. La luce sfolgora, sorge dall’ombra, fa nascere il racconto, le persone e le cose come nella stanza scura dove galleggia una umanità indifferente. La luce narra come un incontro possa cambiare una vita. Succede a Matteo: rumore e silenzio. A Pietro sgomento, in santa Maria del Popolo, al soldato Paolo a terra, rovesciato sotto l’immenso cavallo nel buio di una stalla. La luce muta sfonda la tenebra  degli ambienti, dell’anima: la fa sua.

Indaga i pensieri più reconditi, come il dubbio –  l’Incredulità di Tommaso – dei discepoli vestiti di stracci rosso marrone -ed ancor più sorge metallica nel buio notturno nella Presa di Cristo a “predicare”: il bacio traditore, l’arrendersi del Cristo, la furia dei militi, la fuga del giovane contro l’oscurità, e lui il pittore che cerca con la lanterna la luce.

La vita è narrata tra balenii. Ci spiazza  con l’Amore vincitore di Berlino e il san Giovanni dei Musei Capitolini, liberi di esibire un corpo in modo disinvolto grazie alla luce, ma passa ai toni cruenti dell’Incoronazione di spine di Vienna, e poi a quelli materni e popolari della Madonna dei Pellegrini in sant’Agostino. Raggiungendo il misticismo ombrato della Cena in Emmaus a Milano. Qui le figure vibrano con lentezza nello spazio basso, soffocato, stupito e silenzioso come il colore. Incontro dolcissimo e terribile perché il Cristo sparirà che Caravaggio esprime nei suoi mesi del post-omicidio. Tocca poi a quella Morte della Madonna al Louvre che è il lamento più alto e muto possibile sull’orfanezza: un  teatro emotivo non descritto, ma intimizzato nel dolore e nella solitudine di un coro affranto in cui il buio pare aver risucchiato in sè la luce per poi averla ridata  brano a brano in spazi e rossi, nel pathos della fede in una vita che continua ma intanto piange il distacco. Tragedia alta, immensa, narrazione del dolore in una tela che apre alla terza fase del pittore, il dramma vissuto attraverso un lume che sempre più fora l’oscurità, la copre, lotta  con essa.

A Napoli al Pio Monte dipinge le  Sette opere di misericordia. La Vergine alta sugli angeli soccorre la città notturna dove si muore, si vive, si cerca in un affanno composto nel dramma che non muta, ma rinasce ogni giorno. Lo scorrere di giorni e della notte è narrato da una luminosità nervosa, da una agitazione fremente di vitalità che rende tutto reale: i corpi, i sentimenti, le azioni, le cose. C’è una elettricità muta che pervade gli episodi che, diversamente da altre volte, non gridano. Ci sono, accadono. Caravaggio fa del presente  l’eterno divenire della vita umana grazie alle tinte non più calde ma succose, ai bianchi-bianchi e a quelle pareti nude  che incominciano ad apparire nelle sue opere.   Fino allo strazio del Cristo alla colonna a Capodimonte : la luce piomba a capofitto sul nudo, ne esalta le forme gravi, dice la crudeltà degli sgherri e nasconde il ragazzo che prepara i flagelli. La luce dice la vita e la morte con asprezza, con un chiaroscuro potente.

A Malta la luce cambia, è quasi inghiottita dal buio. L’ombra sembra divorare i colori in sé stessa e poi farli ri-uscire, ma in modo nuovo, violento e calmo insieme. Vista da una fessura la cappella della Decollazione del Battista è una oscurità totale da cui spicca solo il rosso sangue di un manto. Appena entrati nell’oratorio lo stesso buio ci assale e lentamente scopriamo i colori venire fuori. La luce è caduta, morta e ri-sorge. Nella immobilità meccanica dei gesti dei personaggi- il dolore della morte innocente è come congelato -,   le mani alle tempie della vecchia angosciata sono l’unico movimento dello spirito presente, perché l’anima degli altri è fossilizzata nel sangue e nella morte. Il santo a terra, vittima sacrificale della verità, è morbido nel volto rappacificato, ma l’urlo del manto rosso è terribile: suona contro la parete del carcere e sul pavimento terroso del cortile. E’ l’inizio di una fase di smembramento della luce grazie all’ombra che la ridurrà a brandelli, come se le anime fossero spezzate dal troppo dolore.

È così lo sfinimento del vecchio Girolamo nello studio, sempre a Malta, dove il solo palpito sta nel minuscolo crocifisso sul tavolo in bianco e nero, tocco di morte e via di una possibile resurrezione.

Ma è dalla Sicilia in poi che la pittura di Caravaggio diventa una pittura di bagliori, di luci improvvise, di fiaccole contro muraglie altissime che si trasformeranno nell’ultima opera in uno spazio neutro, indistinto, un non-spazio in un non-colore, in una non-luce. E potremmo anche dire  in una non-ombra, dato che l’ombra dovrebbe parlare mentre qui sta muta.

 

Il Seppellimento di santa Lucia a Siracusa è appunto la riflessione sulla sepoltura di una ragazza fra scavatori ed un coro minuscolo piangente contro una muraglia altissima. Farfalle di luce volano qua e  là tra colori biancastri o soffocati, in un pulviscolo che appare come un prolungamento del pianto di un sussurro velato di lacrime. Carvaggio sa che la morte di chi si ama è strazio, ma qui gridano le ombre, i filamenti luminosi spenti nell’aria di luce sciroccata dove si intrecciano le larve umane, fantasmi in uno spazio afoso. La luce è morente, l’ombra respira a fatica tra le figure. Il transito di una persona, nel coro dei dolenti, è qui più profondo e misterioso rispetto a quello della Madonna al Louvre.

La luce sembrerebbe recuperare vita nella Natività messinese. Fili brillanti sono quelli della paglia, il rosso riverbera nel bacio del piccolo alla madre, Caravaggio parla con coraggio di tenerezza, mentre i pastori poveri e sdruciti tra le assi della stalla e gli animali sono entrati in un presepio intimo, povero, e buono, come le ombre che commentano la scena morbidamente, suscitando pensieri di una infanzia ritrovata.

E’ quello che invece non accade nella Resurrezione di Lazzaro, sempre messinese. Una caverna oscura, buio assoluto, la morte come l’ingresso nella oscurità più piena. Il gesto del Cristo risveglia il morto, un giovane appena coccolato dalla sorella. Lui, il pittore, si ritrae due volte come una presenza tra morte e vita. La luce vola a squame balenanti, ruggenti fra i corpi, i volti a farli uscire dal dolore, radendo il suolo, risorgendo nel gruppo, cadendo e uscendo faticosamente, come Lazzaro, dal buio. L’ombra sembra volerla divorare ed essa si fa forza, invece. Come è fragile la speranza tra luci sfocate, persone attonite, la paura di uno spegnimento totale che però non durerà.

Nelle estreme opere napoletane l’ombra divora davvero  la luce, la inghiotte, si è fatta pressante e fa emergere solo barbagli rossi e grigi nelle tenebre del Martirio di sant’Orsola. La luminosità si è spezzata, ridotta in frammenti, segno di una anima lacerata e sciolta nel sangue, nel terrore dell’artista stesso. La morte è colta nel suo attimo fuggente, inatteso, vicino e ghignante nell’arco teso da Attila e in lei che si scopre il seno insanguinato. E lui Caravaggio ancora cerca, guarda. Una pittura tenebrosa, argentea, lunare nella santa, uno spazio ormai dissolto e sfumato i n un indistinto buio in cui dobbiamo entrare  per recuperare luce. Forse dei frammenti di speranza tra grigi e rossi, fra grida soffocate.

La luce cadente di Caravaggio arriva alla fine in una tempesta frenata a stento. Si è prosciugata, con la sua anima che dall’ebbrezza giovanile è giunta alla lotta estrema tra vita e morte. Eppure, negli ultimi sussurri ancora vibra di una grazia misteriosa, ignota, un punto, non tuttavia del tutto oscuro.

Mario Dal Bello