L’eros di Gesù

 

Riflessione per la Giornata di Santificazione dei Sacerdoti — Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, 12 giugno 2026

La vera castità è la trasfigurazione dell’eros.

Il punto di partenza: l’Incarnazione come trasfigurazione suprema
C’è un errore antico che riemerge periodicamente nella storia spirituale cristiana, e che l’ascesi mal compresa tende a riproporre: l’idea che la purezza esiga la soppressione del desiderio. È un errore che tradisce non solo l’antropologia, ma la cristologia stessa. Perché se c’è un luogo dove la questione dell’eros viene affrontata in modo definitivo e irreversibile, quel luogo è l’Incarnazione del Verbo.

Quando il Figlio eterno di Dio assume la natura umana nell’unità della persona divina — questo è il cuore del mistero dell’unione ipostatica — non assume un’umanità epurata, filtrata, privata della sua struttura affettiva e appetitiva. Assume l’uomo intero: corpo, anima, intelligenza, volontà, sensibilità, capacità di desiderare e di essere mosso. Il Concilio di Calcedonia (451) ha sancito che Cristo è «perfetto nella divinità e perfetto nell’umanità, vero Dio e vero uomo», con «anima razionale e corpo», «simile in tutto a noi fuorché nel peccato» (DH 301). La clausola finale — «fuorché nel peccato» — non esclude il desiderio dall’umanità di Cristo: esclude il disordine del desiderio, non il desiderio stesso.

Gesù desidera. Sente fame e sete. Piange davanti alla tomba di Lazzaro. È «commosso fino alle viscere» — il termine greco *ἐσπλαγχνίσθη* evoca la profondità corporea della commozione — di fronte alla folla come pecore senza pastore. Ha un discepolo prediletto. Chiama Maria per nome nell’orto, e quella voce la riconosce. Alla vigilia della passione dichiara: «Ho desiderato ardentemente mangiare questa Pasqua con voi» (Lc 22,15). Il Cuore di Cristo è un cuore che desidera — con tutta la forza di un eros umano pienamente reale e pienamente integro.

La trasfigurazione dell’eros non inizia con la nostra ascesi. Inizia nell’Incarnazione: nella carne del Verbo, l’eros umano è già stato assunto, purificato e ordinato dall’interno, non dall’esterno. Il punto di partenza della vita spirituale non è dunque il tentativo di eliminare il desiderio, ma di configurarsi al desiderio di Cristo.

L’eros come elemento estatico: il nerbo della carità

Occorre chiarire che cosa intendiamo per *eros*, perché la parola porta con sé un alone di equivoco che rischia di falsare tutto il ragionamento.

Nella sua accezione più profonda e originaria, l’eros non è semplicemente la sessualità — quella è già la sua forma specializzata, e nella sua versione disordinata, la sua degradazione. L’eros è quella forza dell’anima che ci fa *uscire da noi stessi* verso qualcosa o qualcuno percepito come bello e buono, che rende l’altro *insostituibile*, che ci mette in moto con un’energia che la sola volontà non riesce a generare da sola. È ciò che i filosofi greci chiamavano la *mania divina* — la santa follia dell’amore.

Chi ha amato davvero sa di che cosa si tratta. Quando si è innamorati, si farebbe qualsiasi cosa per la persona amata. Si rinuncia al sonno, si percorrono distanze, si tollerano sacrifici che in nessun altro contesto si reggerebbero. L’amato è presente nel pensiero anche quando è fisicamente assente. Il suo bene diventa più importante del proprio. Questa è la struttura dell’eros: un’energia che sposta il centro di gravità dell’io verso l’altro, che genera uno *stato di eccedenza* rispetto alle risorse ordinarie della volontà.

Benedetto XVI, nella *Deus Caritas Est*, ha dato di questa struttura una definizione straordinaria: l’amore autentico è «estasi», non «nel senso di un momento di ebbrezza passeggera, ma estasi come cammino, come esodo permanente dall’io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé, e proprio così verso il ritrovamento di sé, anzi verso la scoperta di Dio» (DCE 6). L’estasi non è perdita di sé: è *esodo* da un io chiuso verso un io donato, e in questo dono ritrovato in modo più pieno.

Questa struttura estatica è precisamente ciò che l’eros porta alla carità. Senza di essa, la carità rischia di ridursi a un obbligo morale adempiuto per dovere, a una prestazione di servizi senza calore, a una giustizia senza amore. La carità ha bisogno dell’eros come di un nerbo, di un’energia interiore che la muova e la sostenga. Lo stesso Benedetto XVI lo afferma con chiarezza: «D’altra parte, l’uomo non può neanche vivere esclusivamente nell’amore oblativo, discendente. Non può sempre soltanto donare, deve anche ricevere» (DCE 7). L’eros e l’agape — amore ascendente e amore discendente — «non si lasciano mai separare completamente l’uno dall’altra; quanto più ambedue, pur in dimensioni diverse, trovano la giusta unità nell’unica realtà dell’amore, tanto più si realizza la vera natura dell’amore in genere» (DCE 7).

L’eros è dunque il *momento energetico* della carità: quella forza che impedisce all’amore cristiano di diventare astratto, freddo, burocratico. Un prete senza eros dice la Messa. Un prete con l’eros trasfigurato *celebra* la Messa. Un infermiere senza eros esegue procedure. Un infermiere con l’eros trasfigurato *cura* il malato. La differenza non è tecnica: è di qualità dell’amore.

Il puritanesimo come errore antropologico e teologico

Chiarito il valore positivo dell’eros, occorre affrontare l’errore opposto: quello di chi intende la castità come soppressione del desiderio. Questo errore ha un nome preciso nella storia spirituale: puritanesimo.

Il puritanesimo, in senso lato, non è una confessione religiosa ma un atteggiamento spirituale: quello di chi identifica la santità con l’assenza di desiderio, chi ritiene che più si elimina il sentire corporeo e affettivo, più ci si avvicina a Dio. È un’antropologia dualista che tradisce il realismo dell’Incarnazione.

Benedetto XVI smonta questo schema con precisione chirurgica: «Il modo di esaltare il corpo, a cui noi oggi assistiamo, è ingannevole. L’eros degradato a puro “sesso” diventa merce […]. In realtà, questo non è proprio il grande sì dell’uomo al suo corpo. Al contrario, egli ora considera il corpo e la sessualità come la parte soltanto materiale di sé da adoperare e sfruttare» (DCE 5). Ma — ed è cruciale — il rimedio non è il rifiuto della carne: «Se l’uomo ambisce di essere solamente spirito e vuol rifiutare la carne come un’eredità soltanto animalesca, allora spirito e corpo perdono la loro dignità» (DCE 5).

La vera continenza — la castità autentica — non è anestesia affettiva. È *ordinatio*, non *suppressio*. Chi anestetizza l’eros non è casto: è semplicemente freddo. E un cuore freddo non è in grado di amare con pienezza, né Dio né il prossimo. Nella tradizione tomista, la castità è una virtù cardinale che regola e ordina l’appetito, non lo spegne: *virtus non destruit naturam, sed perficit*. La grazia non distrugge la natura, la porta a compimento.

Anestetizzare l’eros produce quella che si potrebbe chiamare *frigidità della carità*: un servizio svolto meccanicamente, senza calore, senza reale presenza all’altro, senza quella capacità di essere mossi che sola rende il dono di sé non un obbligo ma un atto d’amore. La doppia vita — chi divide affettività nascosta e ministero pubblico — è una lacerazione visibile. Ma la mezza vita — chi in nome del celibato ha progressivamente smesso di desiderare, di essere mosso, di amare con tutto se stesso — è una lacerazione invisibile e forse più pericolosa, perché si maschera da virtù.

Il falso continente: castità senza dono di sé

C’è però una terza figura, più sottile ancora, che occorre nominare con onestà. È quella di chi *si crede* casto — e magari è effettivamente continente nella sfera sessuale — ma che nella sua relazione con gli altri non è affatto *per* l’altro, bensì *su* l’altro.

Esiste una forma di celibato o di astinenza sessuale che coesiste perfettamente con la manipolazione relazionale, con l’uso degli altri come strumenti per i propri fini, con un narcisismo spirituale che si serve della comunità per la propria gratificazione, del penitente per sentirsi indispensabile, del fedele per confermare la propria immagine. Chi agisce così non è casto nel senso pieno del termine: è semplicemente continente, e quella continenza è diventata una nuova forma di possesso.

La castità, nella sua verità più profonda, non è assenza di relazione ma qualità della relazione. È la capacità di stare con l’altro *per il bene dell’altro*, senza usarlo come specchio, senza trattenerlo, senza manipolarlo per i propri bisogni emotivi o istituzionali.

Questa è la verità radicale della castità: non «non avere rapporti sessuali» ma «essere strutturalmente orientato verso il bene dell’altro». Un sacerdote che usa la confessione per controllare le coscienze, un consacrato che costruisce dipendenze affettive pur rimanendo fisicamente intoccabile, un coniuge che manipola il partner pur rispettando la fedeltà coniugale — nessuno di questi è casto nel senso evangelico. Perché la castità è la forma libera e ordinata dell’amore che si dona, non il recinto dentro cui ci si protegge dall’amore.

La trasfigurazione: un compito universale

La trasfigurazione dell’eros in amore di servizio non è una questione esclusivamente sacerdotale o religiosa. Riguarda ogni forma di vita cristiana, perché riguarda la struttura di ogni amore umano autentico.

Per i coniugi, il cammino è descritto nel cuore della *Deus Caritas Est*: «Anche se l’eros inizialmente è soprattutto bramoso, ascendente — fascinazione per la grande promessa di felicità — nell’avvicinarsi poi all’altro si porrà sempre meno domande su di sé, cercherà sempre di più la felicità dell’altro, si preoccuperà sempre di più di lui, si donerà e desidererà “esserci per” l’altro. Così il momento dell’agape si inserisce in esso; altrimenti l’eros decade e perde anche la sua stessa natura» (DCE 7). Il matrimonio cristiano è precisamente questo itinerario di trasfigurazione: l’eros che si apre, si purifica, si dilata fino a diventare fedeltà totale, fecondità, comunione.

Per i consacrati e i sacerdoti, la trasfigurazione segue una via diversa ma strutturalmente analoga. L’energia erotica — la capacità di essere mossi dall’altro, di desiderare il suo bene, di investire tutta la propria vitalità nella relazione — non viene semplicemente repressa ma *reindirizzata e allargata*: non verso una persona particolare in modo esclusivo, ma verso ogni persona nel modo di Cristo. La paternità spirituale, la cura pastorale, la presenza affettiva al malato e al peccatore — tutto questo richiede un cuore vivo, non spento.

Per i sacerdoti, oggi: imparare dal Cuore di Cristo

Oggi, 12 giugno 2026, la Chiesa celebra simultaneamente la Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù e la Giornata per la Santificazione dei Sacerdoti. Non è una coincidenza liturgica ma una pedagogia: il Cuore di Cristo è il modello e la sorgente della santità sacerdotale.

Il Vangelo della solennità pone sulle labbra di Gesù un imperativo che è insieme teologico e spirituale: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). Non «obbedite a una regola» ma «imparate da questo cuore». La scuola della santità sacerdotale è la contemplazione e l’imitazione del cuore di un uomo che ha amato pienamente — con tutto l’eros di un’umanità integra — e che ha trasfigurato quell’amore in dono totale.

Il Cuore di Cristo è il luogo dove l’eros umano ha raggiunto la sua trasfigurazione definitiva: tutta la forza del desiderio, assunta nell’offerta eucaristica, è diventata cibo per tutti. Il costato trafitto — da cui sgorgano sangue e acqua, simbolo dei sacramenti — è l’immagine di un cuore che non si chiude su nessuno e dal quale fluisce incessantemente la vita.

La grazia chiesta nella colletta della solennità per l’Anno A è esplicita e bellissima: *«Fa’ che alla scuola di Cristo, mite e umile di cuore, impariamo ad amarci gli uni gli altri per dimorare in te che sei l’amore»*. Imparare ad amare: non presupporre di saperlo già fare, non accontentarsi di una carità tiepida o formale, ma chiedere la grazia di un cuore veramente trasfigurato.

Conclusione: la preghiera della trasfigurazione

La pienezza della carità cristiana — sia nello stato coniugale sia in quello consacrato — non è mai semplicemente il frutto di un’ascesi che sopprime, ma di una grazia che trasfigura. Non si arriva alla maturità affettiva eliminando il desiderio, ma consegnandolo, offrendolo, lasciando che sia assunto nell’offerta come il pane e il vino sull’altare.

Per questo, nella Giornata della Santificazione dei Sacerdoti, la preghiera più necessaria che i presbiteri possano fare — e con loro tutti i fedeli — è questa: *Signore, dammi il tuo Cuore.* Non un cuore che non desidera, ma un cuore che desidera bene. Non un cuore che non ama, ma un cuore che ama tutti. Non un cuore che non si lascia muovere, ma un cuore che sa verso chi si lascia muovere: verso il Padre, e verso ogni fratello e sorella che il Padre ci mette accanto.

La trasfigurazione dell’eros è la vera castità. È il cammino che conduce, attraverso la purificazione e il dono, a quella pienezza di amore di cui il Sacro Cuore di Gesù è l’icona eterna e la sorgente inesauribile.

«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28). Prima di poter dire questo agli altri, bisogna averlo ricevuto. E per riceverlo, bisogna presentarsi al Cuore aperto di Cristo con tutto ciò che siamo — anche con il nostro eros — perché anche quello venga trasfigurato in amore.

12 giugno 2026 — Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù · Giornata di Santificazione dei Sacerdoti
Fr. Riccardo Lufrani O.P.