Articolo tratto dal giornale Avvenire di Domenica, 28 Giugno 2026
Marco Rovere Monsignor Anselmi, vescovo di Rimini, ricorda la collaborazione frequente in particolare quando entrambi hanno lavorato in Cei

Nel pomeriggio del 14 giugno è entrato nella “domenica senza tramonto” don Giovanni Battista Gandolfo, quasi 88 anni di età e da quasi 64 presbitero della diocesi di Albenga-Imperia; abbiamo raccolto il ricordo di Nicolò Anselmi, vescovo di Rimini, genovese d’origine, amico e collega di “don Gi Bi” negli anni del rispettivo servizio negli uffici della Conferenza episcopale italiana, Anselmi dal 2007 al 2012 è stato responsabile del Servizio nazionale di Pastorale giovanile: «Ho avuto la gioia di condividere con “don Gi Bi”, così tutti lo chiamavamo, alcuni anni a Roma, presso la Conferenza episcopale italiana, dove lui faceva un servizio all’Ufficio della Cooperazione tra le Chiese, Comitato interventi caritativi per il Terzo Mondo, e io alla Pastorale giovanile, anche se lo conoscevo già da tempo, perché essendo entrambi due sacerdoti liguri avevamo avuto occasione tante volte di incontrarci». «Diciamo che la sua vera passione prosegue Anselmi – al di là del servizio che stava svolgendo, era il Centro sportivo italiano, ma anche e soprattutto la comunicazione del Vangelo attraverso l’arte, perché forse la sua acutezza, la sua sensibilità e bellezza interiore avevano fatto sì che avesse individuato nell’arte, in tutte le sue forme, una strada particolarmente efficace per trasmettere il Vangelo e l’amore per Gesù, che comunque rimanevano la vera grande attenzione e passione della sua vita». «Tante volte – racconta ancora Anselmi – mi ha coinvolto nei suoi convegni, nei suoi spazi di riflessione su temi artistici in cui esprimeva il suo essere assistente dell’Ucai (Unione cattolica artisti italiani): quante cose abbiamo fatto insieme su questo tema e tanti altri aspetti della vita pastorale». «Desidero anche ricordare – riflette ancora il vescovo di Rimini – l’attenzione, l’acutezza, l’intelligenza e la generosità di don Gi Bi: spesso era chiamato ad andare a verificare le opere che la Conferenza episcopale italiana faceva nel mondo, attraverso dei finanziamenti che arrivavano dalla cooperazione tra le Chiese, e, per non dover andare da solo, alcune volte chiedeva a qualcuno di noi direttori di altri uffici di accompagnarlo: una volta sono andato anch’io, siamo andati in Burkina Faso, a Ouagadougou, nella capitale, dove la Cei ha finanziato, se ben ricordo, un laboratorio radiologico per il più grande ospedale della capitale e quindi di tutta la nazione, che era portato avanti dai Camilliani.
L’accoglienza è stata travolgente.
Va riconosciuto che la CEI, in quel caso, attraverso i fondi dell’8xmille, aveva fatto un grande regalo a tutto il Burkina Faso, però si vedeva che c’era qualcosa di più. Lui aveva seguito il progetto con grande passione, con grande trasporto, con grande attenzione: non aveva semplicemente elargito dei soldi, ma nei volti di quelle persone che lo accoglievano, di quei sacerdoti, di quelle suore che poi servivano in quell’ospedale, c’era una gratitudine che andava al di là del puro fatto economico e questo mi ha molto colpito».
«Ho percepito – dice ancora Anselmi – che nel viaggio in Burkina Faso si presentava nel nome del Signore, non nel nome di qualcos’altro, semplicemente di un’organizzazione; c’era di mezzo l’amore con cui Gesù aveva cura del suo popolo, anche delle sue membra fragili, di quelle persone». «Grazie don Gi Bi conclude don Nicolò – per la tua passione, per la tua acutezza, per la tua intelligenza, per la tua simpatia, per la tua generosità».