Sant’Anna e Maria bambina di Luca Giordano

 

La tela con Sant’Anna e Maria bambina della chiesa napoletana dell’Ascensione a Chiaia risale al 1657. Fu dipinta, insieme con quella dell’altare maggiore raffigurante San Michele che scaccia Lucifero dal paradiso, da Luca Giordano e rientrava in un progetto di rinnovamento e abbellimento dell’intera chiesa. Nel luogo sacro, risalente al XIV secolo, aveva trovato rifugio il nobile portoghese Miguel Vaz, conte di Mola, sfuggendo all’arresto voluto dal vicerè di Napoli. Alla sua morte, i parenti si impegnarono nei lavori di restauro, anche in segno di gratitudine per il favore concesso al loro antenato. Il progetto architettonico venne affidato a Cosimo Fanzago che terminò la costruzione nel 1645, mentre l’interno venne decorato fino al 1657, con l’intervento, come si diceva, anche di Luca Giordano, all’epoca poco più che ventenne, essendo nato nella città partenopea il 18 ottobre 1634 (vi morirà il 12 gennaio 1705). Nel percorso del grande pittore barocco, perciò, la tela con Sant’Anna e Maria bambina si colloca quasi all’inizio di una straordinaria carriera, che lo porterà ad operare, oltre che a Napoli, anche a Firenze, Madrid e Roma. Essa, caratterizzata da una lieve e delicata materia cromatica e da un tocco rapidissimo e scorrevole, è ancora sull’altare per il quale era stata commissionata e realizzata: perciò possiamo ammirarla e contemplarla nelle migliori condizioni interpretative. La composizione è attraversata da un senso di incanto. Da un loggiato, che si apre su un arioso paesaggio, si affaccia la piccola Maria e la madre Anna, in un gioco di angioletti con ghirlande, mentre dall’alto l’Eterno Padre con gesto autorevole invia la colomba dello Spirito Santo. Tanto sotto l’aspetto compositivo quanto sotto quello ornamentale, l’opera è ricca di dettagli di grande importanza stilistica e teologica. Vediamoli. La loggia è di architettura solenne, come è sottolineato dalla colonna scanalata a destra, e dal pavimento la cui piastrellatura è disposta in un chiaro impianto prospettico. La sorgente luminosa, dalla quale un intenso chiarore si diffonde in tutta la scena, è lo Spirito Santo, mentre Dio Padre è piuttosto in penombra, allusione all’insondabilità del suo mistero che solo il Figlio di quella bambina un giorno rivelerà. I due protagonisti umani, Maria e Anna, sono accomunati dagli stessi colori bianco e azzurro, ma si distinguono per la posizione del corpo e l’espressione del volto. La bambina è come rapita in estasi, completamente conquistata dall’azione della grazia che piove su di lei, e la posizione 1immobile mette in risalto la sua totale disponibilità a ricevere la presenza dello Spirito, per la quale un giorno sarà chiamata «piena di grazia». La bellissima figura della madre, invece, è colta in un movimento a serpentina, ad indicare la sua collaborazione attiva al disegno divino. Colpisce un particolare: Anna, in contrasto con l’iconografia tradizionale, è raffigurata in un’età giovanile, quella di una giovinezza matura sul cui volto si stampa una serietà pensosa. L’eleganza naturale delle figure viene ulteriormente assecondata dal movimento delle loro vesti: un vento divino («Lo Spirito soffia dove vuole», dirà un giorno Gesù) coinvolge madre e figlia in un unico progetto di salvezza. L’azzurro dei loro manti indica proprio questa missione celeste di cui le due donne, a titolo diverso, sono investite. È una nuova vita che nasce, anzi «la Vita»: «In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini … Io sono la via, la verità e la vita», ripeterà il Vangelo. Una nuova vita, una nuova primavera del mondo: ecco perché gli angioletti accompagnano l’azione dello Spirito Santo con le loro ghirlande di fiori. Un senso di gioia e di riflessione pervade tutta l’opera. Il liquido fluire di pennellate, il movimento delle linee e l’essenziale gamma cromatica trovano il loro punto di forza nella piccola Maria, figura nella quale il flusso della narrazione converge e si placa. La tela di Luca Giordano, oltre al suo straordinario valore estetico, è in grado di assurgere a immagine-simbolo di una problematica che oggi è balzata in primo piano all’attenzione della comunità cristiana: si tratta del tema della nuova evangelizzazione. È chiaro che la Chiesa, lungo i secoli, ha sempre aggiornato la sua proposta e i suoi metodi di comunicazione. Oggi, però, tale aggiornamento appare di assoluta priorità. Infatti, se nel passato, nonostante tutte le rivoluzioni, la Chiesa poteva fare affidamento su una base tradizionale e familiare che trasmetteva quasi naturalmente i valori umani e cristiani, oggi, soprattutto nel mondo occidentale, questa tradizione è venuta meno. In concreto: la crisi della famiglia e delle varie forme di aggregazione sociale (basti pensare al dissolvimento dei partiti politici) si ripercuote anche sul tessuto ecclesiale e sull’opera di evangelizzazione compiuta dai pastori e dai fedeli. L’evangelizzazione è la trasformazione del mondo alla luce dell’annunzio evangelico. Essa è frutto della grazia di Dio, ma non può accadere senza la partecipazione delle persone umane: Dio, infatti, non va in cerca di automi obbedienti, ma di amici consenzienti e liberi. Ebbene, la Sant’Anna e Maria bambina racconta tutto questo. La casa dove Anna educa la figlia è un luogo aperto, con sullo sfondo lo splendido golfo di Napoli, vera icona di un ambiente. Non è indifferente la memoria di un luogo preciso. Napoli, infatti, è una città-metafora del 2mondo, con il suo caos, il suo sostrato popolare, il reticolo delle sue strade, il «presepe» del suo vissuto nello stesso tempo realistico e trasognato. Uno dei principali aspetti della crisi odierna è quello che è stato definito da Marc Augé il «non-luogo»: cioè lo smarrimento, la spersonalizzazione, la presenza effimera e precaria, la dissolvenza delle persone e dei loro rapporti. È come se nessuno più sentisse il senso dell’appartenenza ad un luogo e ad una storia. La casa di Anna e Maria, invece, è una realtà concreta: e solo da un luogo concreto è possibile che si generi un sogno e si dispieghi un cammino verso nuovi orizzonti. La casa, poi, «racconta» le persone che la abitano e rivela le loro psicologie, i loro problemi, le loro speranze. La casa è come un grembo materno. L’architettura e la decorazione, i pochi o molti oggetti che vi si trovano, mettono in risalto l’architettura interiore, i valori e i significati che definiscono una personalità. Lo spazio fisico è immagine dello spazio interiore. Il nostro quadro descrive una spazialità aperta verso il mondo, dove i fili di una storia familiare si intrecciano con quella degli altri. I gesti ordinari della vita quotidiana di Maria e di Anna si imbevono di una luce divina e la tenerezza della scena domestica si dilata verso un ideale da seguire. Il loro è uno sguardo dall’alto, quasi una veduta aerea verso il mare. Non è forse questa l’evangelizzazione? cioè una traversata, l’abbandono delle certezze per accogliere la grazia quale vero timoniere della vita. I protagonisti dell’evangelizzazione sono, dunque, quattro: la madre, la bambina, lo Spirito Santo e il mondo. E tutti si riassumono nel mistero dell’amore paterno di Dio. Un ultimo particolare rende ancora più affascinante il dipinto. Nel 1656, cioè l’anno precedente, una terribile pestilenza aveva devastato non solo la città, ma l’intero regno di Napoli. Si veniva fuori lentamente da quella prova che aveva prostrato la popolazione. Il quadro, allora, si proponeva anche come il simbolo di una grande speranza, con il quale i fedeli, contemplando lo splendore dell’immacolata bambina, intendevano gettarsi dietro le spalle il ricordo di una spaventosa esperienza. La nuova evangelizzazione sia per tutti un cammino di uscita dall’inverno spirituale per una nuova primavera del mondo.

Vincenzo Francia