Educazione e Bellezza per la Cultura dell’Incontro

GRATUITÀ, SENSO E BELLEZZA. Possono sembrarvi inutili, soprattutto oggigiorno. Chi si mette a fare una società cercando gratuità, senso e bellezza? Non produce, non produce. Eppure da questa cosa che sembra inutile dipende l’umanità intera, il futuro”. 

Papa Francesco

FREEDOM, NON PIU’ MURI MA FINESTRE – oltre ogni chiusura, fisica e ideologica – Francesco Astiaso Garcia ©

 

Scholas Occurrentes è un’organizzazione internazionale di Diritto Pontificio nata a Buenos Aires, in Argentina, per volere dell’allora Arcivescovo della città Jorge Bergoglio che sin dall’inizio gli ha conferito il compito di educare all’apertura verso gli altri e all’ascolto, per mettere insieme i pezzi di un mondo frammentato e privo di senso, per creare con i giovani una nuova cultura: la Cultura dell’Incontro.

Il Papa, il 5 giugno 2020, in occasione dell’incontro virtuale organizzato dalla fondazione Scholas Occurrentes ha inviato un video messaggio che ritengo possa essere di ispirazione e incoraggiamento anche per l’Ucai; Papa Francesco, ripercorrendo brevemente le orme della storia di Scholas, ha parlato infatti di educazione e bellezza, i pilastri sui quali dal 1945 si regge l’Unione Cattolica Artisti Italiani voluta e fondata da Paolo VI.

Le parole che Paolo VI ha rivolto in più occasioni all’Ucai, nata come risposta culturale alla crisi italiana del dopoguerra, riecheggiano oggi nel meraviglioso messaggio di Papa Francesco a Scholas, nata anch’essa, nel mezzo della crisi che l’Argentina attraversava tra la fine degli anni 90 e i primi del 2000.

Quest’onda di continuità e comunione poetica mi spinge ad immaginare sinergie e collaborazioni concrete tra Scholas Occurrentes e l’Unione Cattolica Artisti Italiani.

Aspettando il giorno che ciò accada, condivido con voi l’intero messaggio del Papa:

“Cari fratelli e sorelle di Scholas,

Oggi, dopo tutti questi anni in cui abbiamo condiviso la domanda che ci anima, è una grande gioia potervi chiamare “comunità”. Comunità di amici, comunità di fratelli, di sorelle.

Ricordo ancora gli inizi: due insegnati, due professori, in mezzo a una crisi, con un po’ di follia e un po’ d’intuizione. Una cosa non programmata, vissuta man mano che andava avanti.

Mentre la crisi a quei tempi lasciava una terra di violenza, quell’educazione ha riunito i giovani generando senso e, pertanto, generando bellezza.

Tre immagini di questo cammino mi vengono al mio cuore, tre immagini che hanno guidato tre anni di riflessione e d’incontro: il matto di «La Strada» di Fellini, «La vocazione di San Matteo» di Caravaggio e «L’idiota» di Dostoevskij.

Il Senso — il matto —, la Vocazione — Matteo — e la Bellezza.

Le tre storie sono la storia di una crisi. E in tutte e tre, quindi, si mette in gioco la responsabilità umana. Crisi significa originariamente “rottura”, “taglio” “apertura”… “pericolo”, ma anche “opportunità”.

Quando le radici hanno bisogno di spazio per continuare a crescere, il vaso finisce col rompersi.

Il fatto è che la vita è più grande della nostra propria vita e perciò si spacca. Ma così è la vita! Cresce, si rompe.

Povera umanità senza crisi! Tutta perfetta, tutta ordinata, tutta inamidata. Poveretta. Pensiamoci, un’umanità così sarebbe un’umanità malata, molto malata. Grazie a Dio questo non avviene. Sarebbe un’umanità addormentata.

D’altro canto, dato che la crisi ci anima chiamandoci all’aperto, il pericolo si presenta quando non ci insegnano a relazionarci con quella apertura. Perciò le crisi, senza un buon accompagnamento, sono pericolose, perché ci si può disorientare. E il consiglio dei saggi, anche per le piccole crisi personali, matrimoniali, sociali, è: “non addentrarti mai da solo nella crisi, vai accompagnato”.

Lì, nella crisi, c’invade la paura, ci chiudiamo come individui, o cominciamo a ripetere ciò che conviene a ben pochi, svuotandoci di senso, nascondendo la propria chiamata, perdendo la bellezza. Questo è ciò che succede quando si attraversa una crisi da soli, senza riserve. Questa bellezza che, come diceva Dostoevskij, salverà il mondo.

Scholas è nata da una crisi, ma non ha alzato i pugni per litigare con la cultura, e non ha neppure abbassato le braccia per rassegnarsi, né è uscita piangendo: che disgrazia, che tempi terribili! È uscita ascoltando il cuore dei giovani, a coltivare la nuova realtà: “Questo non sta funzionando? Andiamo a cercare lì”.

Scholas si affaccia attraverso le fessure del mondo — non con la testa — con tutto il corpo, per vedere se dall’aperto ritorna un’altra risposta.

E questo è educare. L’educazione ascolta, o non educa. Se non ascolta, non educa. L’educazione crea cultura, o non educa. L’educazione ci insegna a celebrare o non educa.

Qualcuno mi potrebbe dire: “Ma come, educare non è sapere cose?” No. Questo è sapere. Ma educare è ascoltare, creare cultura, celebrare.

In questo modo è cresciuta Scholas. Neppure quei due matti — i padri fondatori, possiamo dirlo loro ridendo — immaginavano che quell’esperienza educativa nella diocesi di Buenos Aires, dopo vent’anni sarebbe cresciuta come una nuova cultura, “abitando poeticamente questa terra”, come ci insegnava Hölderlin. Ascoltando, creando e celebrando la vita. Questa nuova cultura, abitando poeticamente questa terra.

Armonizzando il linguaggio del pensiero con i sentimenti e le azioni. È quello che voi mi avete sentito dire varie volte: linguaggio della testa, del cuore e delle mani, sincronizzati. Testa, cuore e mani che crescono armoniosamente.

Ho visto in Scholas professori e studenti giapponesi ballare con colombiani. È impossibile? L’ho visto. E i giovani israeliani giocare con quelli palestinesi. L’ho visto. E studenti di Haiti pensare con quelli di Dubai. E bambini del Mozambico disegnare con quelli del Portogallo… Ho visto, tra Oriente e Occidente, un olivo che creava la Cultura dell’Incontro.

Perciò, in questa nuova crisi che oggi l’umanità sta affrontando, dove la cultura ha dimostrato di aver perso la sua vitalità, voglio celebrare il fatto che Scholas, come una comunità che educa, come un’intuizione che cresce, apra le porte dell’Università del Senso. Perché educare è ricercare il senso delle cose. È insegnare a ricercare il senso delle cose.

Unendo il sogno dei bambini e dei giovani con l’esperienza degli adulti e degli anziani. Questo incontro deve avvenire sempre altrimenti non c’è umanità, perché non ci sono radici, non c’è storia, non c’è promessa, non c’è crescita, non c’è profezia.

Studenti di tutte le realtà, lingue e credenze, perché nessuno resta fuori quando ciò che s’insegna non è una cosa, ma la Vita. La stessa vita che ci genera e che genererà sempre altri mondi. Mondi diversi, unici, come lo siamo anche noi. Nelle nostre più profonde sofferenze, gioie, desideri e nostalgie. Mondi di Gratuità, di Senso e di Bellezza. «L’Idiota», la «vocazione» di Caravaggio, e il matto di «La Strada».

Non dimenticatevi mai di queste ultime tre parole: gratuità, senso e bellezza. Possono sembrarvi inutili, soprattutto oggigiorno. Chi si mette a fare una società cercando gratuità, senso e bellezza? Non produce, non produce. Eppure da questa cosa che sembra inutile dipende l’umanità intera, il futuro.

Andate avanti, prendete questa mistica che è stata donata, che non ha inventato nessuno; e i primi a sorprendersi sono stati quei due matti che l’hanno fondata. E per questo la offrono, la danno, perché non è loro. È qualcosa che è arrivato loro come un dono. Andate avanti seminando e raccogliendo, con il sorriso, con il rischio, ma tutti insieme e sempre tenendovi per mano per superare qualsiasi crisi.

Che Dio vi benedica e per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Grazie”.

 

Francesco Astiaso Garcia

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