Dalla tristezza alla nostalgia. Le ultime parole di Michelangelo.

 

Attraversare la malinconia

Nell’incisione del 1514 Melanconia I, Albrecht Durer presenta una figura di donna assorta nella tristezza. Meditabonda sulla vita e il suo trascorrere. È un sentimento, la malinconia, che trapassa l’anima umana in determinati momenti della vita e può scendere nella tristezza profonda, nell’accidia, o nella disperazione. Una malinconia che talora può aprirsi al pianto, come accade spesso ad Ulisse nel poema omerico, espressa in versi come: ” ed ecco lo assalì forte la voglia del pianto”.

Non tutti gli artisti paiono aver attraversato questi momenti. Raffaello, ad esempio, sembra uno degli eletti, sempre positivo, come Correggio o se si vuole un Pietro da Cortona. Ma sarà vero? o saranno riusciti a nascondere o meglio a trasformare subito il dolore in luce?

Forse il motivo profondo della malinconia, della tristezza che assale gli uomini, e i più sensibili talora ne rimangono vittime – si veda un van Gogh -è che essa può sorgere da un altro sentimento fortissimo, che non sempre si può riconoscere da subito: la nostalgia.

C’è un artista che nella sua opera estrema ha caricato tutto quel che di dolente può avere la tristezza ed ha svelato il suo accorato sentimento di nostalgia.

È il Michelangelo della Cappella Paolina, nei due affreschi compiuti in più riprese tra il 1542 e il 1550.  L’artista navigava sui settant’anni, era malato, era occupato nei cantieri della cupola vaticana e di Piazza del Campidoglio. Soprattutto, era preso da una passione spirituale che sfogava nelle poesie e in alcuni disegni e che aveva un solo scopo, una sola domanda: salverò la mia anima, la mia vita, vedrò quel Dio che ho trascurato e poi cercato, ma sempre era presente, ed ora mi fa quasi violenza?

Alcuni autori parlano di pessimismo nei due affreschi nella cappella di Paolo III Farnese. Io non credo. Certo, Michelangelo avverte il clima preconciliare, il trauma degli scismi, l’ansia di una riforma della chiesa, la sua stessa attesa dell’ultimo giorno.

Ma, a ben vedere, i due “quadroni” oltrepassano la mestizia e si aprono alla nostalgia.

Il grado di autobiografia è altissimo. Nel primo affresco compiuto, la Caduta o Conversione di san Paolo c’è il fulmine atterrante di Cristo sul santo: che è vecchio, candido, forte ma stremato. È lui, Michelangelo, secondo alcuni esegeti. Una umanità intorno si affolla, tenta di sollevarlo e di difendersi dal rombo tonante che scende da questo Cristo erculeo – non più giovanile come nel Giudizio – attorniato dagli angeli nudi, per l’ultima volta ancora classici (derivanti forse da un cartone per un nuovo affresco nella Sistina che però non si fece). Una folla di gente scomposta sotto al Cristo impetuoso come un giudice regale, ma che in verità “atterra e suscita”, come scrive il Manzoni. In mezzo al fragore, di cui non si sente il suono ma lo si vede nei gesti e nei volti, si distende il paesaggio scarno e spoglio, le balze montuose che si rincorrono come una musica fuggitiva, e lontanissima, irreale, Damasco dalle architetture fibrillanti e astratte.

La malinconia qui si trasforma in nostalgia: di un altro mondo, di una diversa città, di una Gerusalemme celeste-Damasco dai tratti spirituali, evanescenti. È luce persa nella città divina e umana, in forme sempre gigantesche perché per Michelangelo il paradiso deve essere ciclopico, infinito. È la sua meta, di questa città egli ha nostalgia.  La natura allora respira a pieni polmoni in azzurro e verde chiaro, in trasparenze luminose, si apre sull’immenso cielo bianco-azzurro che altro non è se non il paradiso, l’altra dimensione. Di essa Michelangelo ha sete e la intravvede.

Perciò la Caduta con il suo spavento, la mestizia di una fine in un ignoto ancora sconosciuto, si trasforma nella visione di un cielo e terra nuova possibili.

Nel secondo affresco, la Crocifissione di san Pietro, Michelangelo insiste sulla tristezza dolente di alcuni che vanno a vedere la “morte”. La “vedono” freddi gli ufficiali romani, non ci pensano i giovani che sollevano la pesante croce, vi medita il maestoso vecchio in piedi, sono spaventate le donne, mentre alcuni salgono sul colle a “vedere” il martirio. Una tristezza malinconica pervade la scena. Ma non è tutto. Anche qui Michelangelo compie un passaggio ulteriore e lo esprime il paesaggio. La calma bellezza della natura priva di alberi e di uomini, sotto un cielo di una poesia immensa di bianchi, rosa, celesti in una aurora meravigliosa, canta – è il caso di dirlo – la nostalgica attesa di una nuova aurora. C’è la morte e c’è la vita dice Michelangelo in uno dei suoi momenti più ispirati e magici, nella delicata presenza di luci dolcissime sopra il martirio. Lamorte non è l’ultima parola nella luce trepidante di un nuovo mattino.

Ora è il tempo della nostalgia che fa vedere, nella tenuità delle tinte, l’infinito che Pietro, dallo sguardo severo – è la cappella del conclave -, attende. La tristezza è un passaggio, e va affrontato con lo sguardo di una aurora che si va affacciando all’orizzonte, oltre il dolore e la sospensione.

Michelangelo-Pietro, il forte, si placa nella bellezza aurorale che lo va accogliendo, è appena dietro di lui, lo attende.  Si lascerà vincere. Si arrenderà alla modulazione nuova degli spazi, che non è il cielo blu del Giudizio apocalittico e rivelatore, ma i cieli infinitamente musicali che si susseguono.  La nostalgia, ossia il desiderio del ”ritorno” lo fa già vedere nelle linee ampie di una natura essenziale che dice una pace ritrovata. Michelangelo la sta raggiungendo.

Mario Dal Bello