E’ ora di andare – La luce sparsa dell’attesa

Gli ultimi affreschi di Michelangelo nella Cappella Paolina

 

Il tramonto della vita in tre artisti. Malinconia e luce.

Non si può non amare la Cappella Paolina in Vaticano, l’ultimo affresco di Michelangelo. Figure allargate, montagne nude, luce pallida, atmosfera astratta, nostalgia dolcissima. Mentre Paolo è tramortito e Pietro è

crocifisso, gli astanti sono dentro ad una invincibile malinconia fatta di tinte calde e fredde al contempo e di spazi che evocano altri spazi diversi da quelli dove ora stanno, sproporzionati, dilatati, sospesi. È l’artista

settantenne che dice l’ultima parola all’affresco che in questi due quadroni voluti da Paolo III riempie di un pensiero bello e mesto: è l’ora di andare. Come il vecchio Simeone ha visto il piccolo Messia, così il vecchio pittore capisce che anche per lui è ora di andare. Dove? Verso spazi insondati, indefiniti che egli in qualche modo ha intuito nella Sistina.

Tiziano nel 1576 ha quasi novant’anni, più o meno. Vede poco, dipinge a ditate, è furioso e nelle ultime opere c’è un rosso sangue che le percorre di violenza. Tiziano non vuole morire e si aggrappa alla vita con una aggressività inaudita. Basti vedere tele come l’Apollo e Marsia, Lucrezia e Tarquinio. Poi, il vecchissimo orgoglioso decide di arrendersi. Comprende che è ora di partire anche per lui. Di chi fidarsi, lui il potente pittore del secolo, il pittore dei potenti? Va dal più potente che è anche il più indifeso, quasi un bambino bianco, morto, sulle ginocchia della madre, mentre una donna, Maddalena grida perché non vuole la morte. Nella tela non finita alle Gallerie veneziane dell’Accademia Tiziano, seminudo come fosse un san Girolamo penitente sta in ginocchio e mette la sua mano in quella del pallidissimo Cristo dipinto a filamenti di colore bianco. Lui, il vecchio calvo e barbuto, finalmente si piega davanti a qualcuno e si fida. È ora di andarsene e Tiziano lo ha accettato. Non c’è tristezza ma la certezza che almeno una volta nella vita occorre fidarsi di chi muore e poi risorge, e lasciarsi andare, cedere anche se la paura c’è.

E infine c’è lui, Lorenzo Lotto, il più grande interprete, forse, di quest’ora. Nella Presentazione al tempio di Loreto, 1556, Lorenzo vecchio, quasi cieco e muto, cammina incerto come un’ombra in un presbiterio nebbioso. Sotto, una Maria sorride presentando il bambino a Simeone, quasi cieco anche lui, ma che vede con gli occhi dell’anima ed esulta. È una macchia di colore che richiama Goya come la vecchissima Anna accanto. Intorno, una folla di fantasmi colorati. Lorenzo alza il canto tremolante di luce e di sentimenti e sa che se ne deve andare, anzi è già incamminato. È un nunc dimittis di poesia emozionante altissima. La poesia delle ultime parole che in Lotto sono luci tremanti, tinte evanescenti, quelle di chi morendo vede e non vede cosa lo attende.

Lotto sa che lo attende una altra vita, ma ora vede confusamente, come in uno specchio. E questa vista non chiara, molto umana, rende la piccola tela leggera, vaporosa perchè Lorenzo ora, lui così inquieto come gli altri artisti, trova finalmente la pace. La morte come pace, la vecchiaia come preparazione ad un tipo di pace prima mai sperimentata. È la luce sparsa dell’attesa.

Mario Dal Bello

 

La conversione di Saulo – Michelangelo