
Eppure, non è passato di moda. Anche se studi e mostre non lo rendono sempre protagonista, tranne la recente rassegna negli Stati Uniti. Forse Raffaello, la sua perfezione inarrivabile, stanca? Stancano dunque anche Perugino e Guido Reni, per citare alcuni che hanno a che fare con lui?
In verità, nel secolo che ama Caravaggio, Michelangelo, Lotto, van Gogh ossia gli eterni inquieti, la calma omerica dell’Urbinate dà fastidio ,diciamolo. Il motivo è semplice: richiama una realtà di armonia, di conciliazione degli opposti, che oggi si cerca a parole, ma non nei fatti, dato l’individualismo narcisistico che ci vive intorno, anche nell’arte.
Rivedendo poco tempo fa la Madonna del pesce al Prado, ricordo una tavola che non mi era apparsa prima quel capolavoro (1512 – 1513) di cui si parlava. La consideravo frutto di un’arte matura, certamente, ma non priva di citazioni altrui,e di una certa retorica. La quale, è vero, non manca in alcune delle ultime opere o in qualche lavoro giovanile, oltre che nei seguaci, Giulio Romano in primis. Ma poi, osservandola meglio e a lungo, quest’immagine mi è rimasta impressa tanto da ritornarmi spesso alla memoria. Mi sono accorto che la poetica di Raffaello è quella di unire i rapporti difficili e renderli facili, di unificare in una sola voce quelle diverse. Facendo uscire un’altra cosa, più vasta che tutto comprende in un tono superiore.
Come ha dimostrato all’inizio nello Sposalizio della Vergine, unendo Perugino e Piero della Francesca, o più avanti con le Madonne fiorentine, dove Leonardo gioca con Michelangelo o in quel Trasporto di Cristo della Galleria Borghese dove però l’unificazione non è riuscita, nonostante l’indubbia freschezza coloristica, paesaggistica e la magia del disegno in cui Raffaello è un genio. La tavola del Prado invece manifesta la capacità di armonizzare le varie voci- le diverse influenze – in una superiore sintesi armoniosa.
C’era già riuscito, ad esempio, nel cartone all’Ambrosiana milanese della Scuola d’Atene: il disegno morbidissimo, accurato, svelava un senso dello spazio ampio da diventare universale con i personaggi entro uno spazio infinito e insieme definito in tranquillo conversare. Era una società ideale, di rapporti luminosi, di atteggiamenti fiduciosi, di ascolto e di rivelazione delle varie vie per giungere alla Verità. Raffaello poi aveva proseguito l’indagine sulla storia nella Messa di Bolsena o nella Liberazione di Pietro, invenzioni superiori di una armonia che attraversa i secoli, ne svela il disegno provvidenziale; il peccato e il male sono dimenticati e superati dalla lingua della luce e del colore.
Qui, nella tavola di Madrid, proveniente da Napoli, la Madonna col Bambino accoglie Tobiolo accompagnato dall’angelo, mentre Girolamo e il suo leone osservano e meditano. Certo, la torsione di Maria è michelangiolesca, il colore veneto con sfumature dossesche, l’impaginazione teatrale, bramantesca. Ma chi se ne accorge.
Raffaello ha la capacità di accogliere le voci altrui, di assorbirle, e fonderle in una armonia dove tutto è statico ma può esser mobile, colloquiale e insieme riflessivo, dove i l corpo parla come bellezza di proporzioni e di sentimenti, e i colori si adagiano nel calore di una vitalità che sembra non avrà mai fine.
Ecco la vocazione di Raffaello che è pure quella della società umana: comporre la diversità in unità. E farlo in modo forte e delicato insieme, trasformando le differenze che potrebbero essere acute -e tali risultano nei seguaci o imitatori – in un brano concertistico dove nessuno supera gli altri, ma “con-certa”-, ossia con- labora per raggiungere l’unità dell’insieme. Il risultato è la Bellezza. Essa qui si avvicina ad alcuni ritratti – il Castiglione, il Bindo Altoviti, il cardinale del Prado – nei quali la Bellezza è vera, cioè profondamente umana. Tale da rendere qui Maria una madre vicina, pressante e distante, e toccando quella”sublimità” che è l’essere stabilmente oltre ogni frattura e bruttura, impedendole di diventare ”maniera.
Raffaello come Mozart assorbe e porta ad un livello di purezza assoluta, Michelangelo come Beethoven osserva e poi inventa di suo,decisamente. Due diverse vie per attingere alla medesima suprema armonia. Raffaello in più ha bisogno assoluto del silenzio. In esso egli ci stupisce ancora,ci innamora ,si fa scoprire e ritrovare. E’ l’equilibrio della sua poesia, dove non si stona, ma si è sempre intonati nella realizzazione del disegno divino sull’umanità – ricomporre ogni cosa in unità – che l’arte vera è capace di intuire e in qualche modo di rivelare. Anche oggi.
Mario Dal Bello