TU ONORE DEL NOSTRO POPOLO L’icona della Salus Populi Romani in Santa Maria Maggiore

 

«Tu onore del nostro popolo»:

con queste parole Israele aveva salutato Giuditta,

l’eroina che ha salvato la comunità uccidendo il maligno (cfr. Gdt 15, 9).

In Maria la figura di Giuditta trova il suo significato definitivo

e la sua gloria diventa benedizione per l’intera umanità.

Madre della Chiesa, Regina del mondo, prega per noi.

 

 

La basilica papale di Santa Maria Maggiore sorge su uno dei famosi sette colli su cui venne fondata Roma: precisamente, l’Esquilino. Anche grazie alla sua posizione centrale, a due passi dalla Stazione Termini, la basilica è molto frequentata; ma è celebre per la sua bellezza e, forse soprattutto, per il messaggio spirituale e culturale che essa propone. Lungo i secoli il sacro edificio ha accolto il lavoro di uno stuolo di artisti di fama mondiale: tra gli altri, Arnolfo di Cambio, Jacopo Torriti, Michelangelo Buonarroti, Guido Reni, Ferdinando Fuga, Luigi Valadier, Ludovico Pogliaghi e via elencando, fino ai più recenti Guido Galli e Giovanni Hajnal. I loro nomi – è sempre opportuno ricordarlo! – si intrecciano con quelli di tanti artigiani, fino all’immensa schiera degli umili operai e manovali: anche essi, benché tante volte anonimi, hanno contribuito con la voce del loro lavoro a cantare l’inno di gioia e di gloria alla Madre di Dio, partecipando all’epopea di una narrazione che è, allo stesso tempo, una straordinaria rivelazione di verità, di bontà, di bellezza. Tra i tesori che vi sono custoditi la basilica ne ospita due di straordinaria importanza: un frammento della mangiatoia di Betlemme, dove venne deposto il neonato Gesù, e l’icona della Vergine Maria, che una pliurisecolare tradizione attribuisce al pennello dell’evangelista Luca. Infatti dice un antico scrittore cristiano, Teodoro il Lettore, che Luca, oltre che scrittore e medico, esercitò anche l’arte della pittura. In tal modo avrebbe ritratto la Vergine Maria; però, secondo un’altra variante, Luca avrebbe raffigurato la Vergine, ma il volto di lei sarebbe stato completato da un angelo. Ancora oggi in alcune chiese si conservano delle immagini mariane assegnate al pennello di Luca: una molto celebre si trova a Bologna ed è detta, appunto, la “Madonna di San Luca”. Leggenda bellissima e di profondo significato. Infatti molto probabilmente Luca non è mai stato pittore, ma nessuno prima di lui (e forse anche dopo di lui) ha saputo presentare Maria in un modo così splendido e coinvolgente: ha ritratto il volto della Vergine non con le linee e i colori, ma con le parole dei suoi scritti. Ebbene, a partire dai primi anni del medio evo – gli anni in cui l’impero romano andava tramontando – questa icona è custodita nella nostra basilica. * * *L’immagine proviene dal mondo bizantino, all’epoca tormentato dalla lotta iconoclasta, cioè la tensione, anche violenta, tra gli imperatori che imponevano la distruzione delle immagini e i fedeli che volevano salvarle. È una tavola in legno di cedro che trionfa sull’altare della cosiddetta Cappella Paolina, perché fondata per iniziativa di papa Paolo V nella prima metà del Seicento. Anche grazie all’importanza e alla bellezza del luogo che la ospita, questa icona è universalmente conosciuta, ammirata e venerata da milioni di turisti e pellegrini, imitata lungo i secoli da pittori e iconografi. Essa corrisponde a un preciso modello molto diffuso nell’arte medievale. Notiamo come il gruppo di Maria e il Bambino si stagli su un fondo oro: l’oro è simbolo della divinità, perché è il materiale più prezioso, non si corrompe e riverbera luce; perciò è in Dio che noi contempliamo l’evento della maternità della Vergine. E, proprio perché «Dio è luce e in lui non c’è tenebra alcuna» (I Gv 1, 5), nel dipinto non c’è ombra. Lo splendore della santità, colta nel suo vertice di perfezione, rifulge negli stessi personaggi, che vengono raffigurati frontalmente. Non ci troviamo però davanti a ritratti realistici, bensì ad una trasfigurazione dei soggetti presentati. Maria è la madre: questa è la verità fondamentale che dà senso a tutta la sua vita. Ma è madre di chi? Di Colui che è personalmente Dio! La fede della comunità cristiana afferma continuamente questa verità, proclamata ufficialmente nei grandi Concili di Nicea (anno 325) e di Efeso (anno 431) e qui ribadita dalle lettere greche che troviamo sullo sfondo: ΜΡ ΘΥ (appunto: Madre di Dio). Maria è mostrata in piedi a mezza figura e regge il Bambino, mentre volge lo sguardo verso gli osservatori, invitandoli ad entrare in quel rapporto d’amore che la unisce al Figlio e a sentirsi accolti come «figli nel Figlio» (cfr. Gal 4-7). Il suo manto (in termini tecnici si chiama maphorion) è di colore azzurro, perché lei, che è una semplice creatura fatta di carne e sangue, come indica il colore rosso della sua veste, è stata rivestita di una missione celeste. Notiamo l’armoniosa diversità dal colore rosso della tunica (il chiton) che copre Gesù, in quanto, Figlio di Dio, ha assunto la nostra natura umana dal grembo di questa donna. Sul manto di Maria, all’altezza della fronte e della spalla destra, appare una stella, a indicare la luce della sua verginità, che risplende prima, durante e dopo il parto; una terza stella è coperta dal Bambino. Lo sguardo della Vergine è pieno di attenzione premurosa e gentile, ma anche di preoccupazione: lei sa che la strada di quel Bambino sarà segnata dal mistero della croce. E il piccolo Gesù già sembra mettersi in cammino, come indica il sandalo del suo piedino che si sta svincolando.Il titolo con cui l’icona è tradizionalmente conosciuta, Salus Populi Romani, è un evidente riferimento alla città di Roma, alla sua storia e alla sua civiltà. L’espressione “Popolo Romano”, però, non è limitata ad un luogo storicamente determinato, ma assume un significato universale perché universale è la “romanità” che idealmente coincide con il mondo. Rispetto ad altre icone, la nostra è più sobria nel delineare la postura e la gestualità dei due personaggi. Il piccolo Gesù regge con la sinistra un libro, mentre con la destra è in atto di rivolgere la sua parola di benedizione atteggiando le dita a formare una lettera greca, il Χ, (iniziale di Xristòs) allusivo alle due nature che convivono nella sua unica persona, secondo l’insegnamento del Concilio di Nicea. Maria, a sua volta, ne ripete parzialmente il gesto: con le dita indica la Trinità, nel cui mistero ella è entrata come madre del Verbo divino. L’anello che indossa è segno di un’alleanza sponsale, poiché lei è la realizzazione perfetta della Chiesa: «Madre, Figliuola e Sposa», la proclamerà Francesco Petrarca. L’icona, posta sull’altare della celebrazione, è accolta in un sontuoso apparato, capolavoro dell’arte barocca, nel quale gli angeli cantano le lodi della loro regina e proclamano la gloria della sua divina maternità, apportatrice di salvezza. «Tu onore del nostro popolo»: con queste parole Israele aveva salutato Giuditta, l’eroina che ha salvato la comunità uccidendo il maligno (cfr. Gdt 15, 9). In Maria la figura di Giuditta trova il suo significato definitivo e la sua gloria diventa benedizione per l’intera umanità. Madre della Chiesa, Regina del mondo, prega per noi.

Vincenzo Francia