“Una fede che non diventa cultura”: un richiamo che interpella l’UCAI

Il Dicastero per la Dottrina della Fede ha pubblicato Venite ad me. Considerazioni sulla trasmissione della fede nel cambiamento d’epoca, un documento che richiama con forza il valore della bellezza, della creatività artistica e del dialogo tra fede e cultura nella missione evangelizzatrice della Chiesa.

Il testo riconosce nell’arte una via privilegiata per raggiungere il cuore dell’uomo e riscoprire le domande più profonde dell’esistenza. La bellezza non è un semplice ornamento, ma può diventare un linguaggio capace di aprire alla trascendenza e rendere percepibile la verità del Vangelo anche là dove le parole non arrivano.

È un richiamo che tocca direttamente la missione dell’Unione Cattolica Artisti Italiani, chiamata a promuovere l’evangelizzazione della cultura e l’inculturazione del Vangelo. Agli artisti cristiani è affidata una responsabilità che va oltre la produzione di opere d’arte: contribuire, attraverso il proprio talento e la propria testimonianza, a rendere la fede presente e viva nella cultura contemporanea.

In un tempo segnato da profonde trasformazioni, l’UCAI ritrova in queste pagine uno stimolo a rinnovare il proprio impegno: mettere la creatività al servizio dell’incontro tra l’uomo e il Vangelo, favorire il dialogo tra arte, fede e cultura e contribuire a una cultura capace di custodire la dignità della persona e aprirsi alla trascendenza.

La bellezza, quando nasce da una ricerca autentica della verità, può diventare una via di incontro con Cristo e un contributo prezioso alla trasmissione della fede. È questa anche la responsabilità a cui l’UCAI è chiamata a rispondere, insieme agli artisti e agli uomini di cultura del nostro tempo.

Come ha ripetuto più volte San Giovanni Paolo II: Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta.

Francesco Astiaso Garcia

 

Riporto di seguito il passaggio del documento che ci riguarda più direttamente:

 

DICASTERO PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

VENITE AD ME

Considerazioni sulla trasmissione della fede nel cambiamento d’epoca

 

 Arte e bellezza

  1. Una quarta osservazione specifica riguarda poi la necessità di dare spazio – nel discorso sulla trasmissione della fede – anche alle molteplici espressioni della creatività umana, attraverso le quali si è cercato di dare forma a quella tensione verso la bellezza, l’amore e la trascendenza che abita, spesso in modo tormentato, il cuore umano. Come non pensare, a questo proposito, a tante opere di letteratura e di poesia capaci di suscitare un incanto sublime, in grado di rapire anche le menti più distratte dalle moderne tecnologie di comunicazione? Proprio sull’importanza di aprirsi alla bellezza ha insistito in modo particolare Hans Urs von Balthasar: «Nella forma luminosa del bello, l’essere del bello diventa visibile come da nessun’altra parte. Perciò ogni conoscenza o tendenza spirituale deve essere accompagnata da un momento estetico»[106].
  2. In questa prospettiva, un’attenzione particolare è da riservare alla musica, la quale, come espressione privilegiata della via pulchritudinis, costituisce un linguaggio essenziale per la trasmissione della fede, capace di toccare le corde più profonde del cuore umano e di comunicare la verità del Vangelo attraverso la bellezza[107]. Non si tratta di un mero ornamento estetico delle celebrazioni, ma di uno strumento missionario che opera per attrazione, rendendo percepibile la gloria del Risorto soprattutto laddove le parole faticano ad arrivare. Infatti, come ha osservato Papa Leone XIV, «la musica è come un ponte che ci conduce a Dio. Essa è capace di trasmettere sentimenti, emozioni, fino ai moti più profondi dell’animo, portandoli in alto, trasformandoli in una ideale scalinata che collega la terra e il cielo»[108]. Attraverso la musica, la fede trova vie particolari di espressione che un annuncio puramente verbale, da solo, non sempre riesce a raggiungere. Queste considerazioni ci spingono a esortare gli artisti e gli scrittori credenti a un particolare sforzo creativo, per manifestare la bellezza della fede e dell’esperienza spirituale cristiana.

 

Capitolo VI
Fede e cultura

  1. Ampliando ora l’orizzonte della riflessione sulla trasmissione della fede oltre la dimensione propriamente ecclesiale, è necessario affrontare la questione del rapporto tra fede e cultura. Un primo rilievo riguarda il fatto che molti studiosi sottolineano come, nel nostro tempo, sia in atto una crisi più generale della trasmissione del sapere e dei valori, che ingloba anche quello che è l’oggetto specifico delle presenti Considerazioni. Un secondo rilievo si può trarre da alcune parole di San Giovanni Paolo II, che sottolineano l’importanza, in vista della trasmissione della fede, di operare una sintesi tra fede e cultura: «La sintesi fra cultura e fede non è solo una esigenza della cultura, ma anche della fede. Come ha insegnato il mio predecessore Paolo VI, “occorre evangelizzare – non in maniera decorativa, a somiglianza di vernice superficiale, ma in modo vitale, in profondità e fino alle radici – la cultura e le culture dell’uomo… partendo sempre dalla persona e tornando sempre ai rapporti delle persone tra loro e con Dio”. Se, infatti, è vero che la fede non si identifica con nessuna cultura […] non è meno vero che, proprio per questo, la fede è chiamata ad ispirare, ad impregnare ogni cultura. È tutto l’uomo, nella concretezza della sua esistenza quotidiana, che è salvato in Cristo ed è, perciò, tutto l’uomo che deve realizzarsi in Cristo. Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta»[109].
  2. Quanto detto ci porta a riconoscere che l’opera di trasmissione della fede sia in qualche modo inseparabile dalla sua inculturazione in un determinato contesto, intendendo qui la “cultura” sia nel suo senso antropologico più ampio, come insieme di stili di vita, credenze, valori e istituzioni che caratterizzano una determinata società, sia nel senso più ristretto, come insieme di cognizioni intellettuali sviluppate soprattutto in ambito accademico.
  3. Prendendo anzitutto in considerazione questo primo significato di “cultura”, occorre ricordare che l’inculturazione della fede costituisce un passaggio necessario nella sua trasmissione, in quanto il messaggio evangelico deve essere reso comprensibile a persone che condividono valori e categorie non perfettamente coincidenti con quelli ellenistico-semitici, nei quali il testo biblico è stato originariamente formulato. Nel contesto della trasmissione della fede, inculturazione significa «l’incarnazione del Vangelo nelle culture autoctone – ed insieme l’introduzione di esse nella vita della Chiesa»[110]: in questo caso, pertanto, l’inculturazione della fede diventa vera e propria evangelizzazione, anche se non è realizzata in modo compiuto e perfetto, trattandosi di «un cammino lento, che accompagna tutta la vita missionaria e chiama in causa i vari operatori della missione ad gentes, le comunità cristiane man mano che si sviluppano, i pastori che hanno la responsabilità di discernere e stimolare la sua attuazione»[111]. Ciò fa sì che la stessa cultura divenga, a sua volta, un mezzo di trasmissione della fede, perché, «quando in un popolo si è inculturato il Vangelo, nel suo processo di trasmissione culturale trasmette anche la fede in modi sempre nuovi; da qui l’importanza dell’evangelizzazione intesa come inculturazione»[112].
  4. Bisogna comunque ricordare che non si evangelizza un “luogo”, ma sempre delle persone, le quali non vanno isolate dal proprio contesto: «Si tratta di portare il Vangelo alle persone con cui ciascuno ha a che fare, tanto ai più vicini quanto agli sconosciuti»[113]. A ciò si aggiunge il compito dei fedeli, necessario anche nei Paesi di antica tradizione cristiana, di tradurre la Buona Notizia nelle varie forme culturali particolari che caratterizzano le società moderne o che emergono in determinati settori sociali, come il mondo giovanile o quello dei poveri. Ciò richiede indubbiamente una valorizzazione dei carismi presenti in tutto il popolo di Dio in un autentico spirito di sinodalità, poiché, in ultima analisi, essi sono opera dello Spirito Santo. In questo processo può essere sicuramente prezioso anche l’apporto della pietà popolare.
  5. La presenza di diversi gruppi sociali all’interno delle nostre città, con culture e linguaggi specifici e spesso autonomi, richiede uno sforzo speciale di inculturazione della fede. Esiste cioè l’urgenza di una capillarità nell’annuncio del Vangelo: non ci si può accontentare solo di rivolgersi alla cultura di alcuni gruppi maggioritari, ma è necessario imparare a mettersi in dialogo con le più diverse situazioni e condizioni di vita presenti oggi. Si tratta di raggiungere, dunque, ciò che, con un linguaggio tecnico, spesso viene nominato come l’ambito delle subculture (ad esempio i giovani delle periferie urbane, le diverse comunità di migranti, i lavoratori stagionali, gli abitanti di piccoli villaggi, etc.). Al riguardo, va ricordato che la Commissione Teologica Internazionale dedicherà una parte del proprio lavoro del prossimo quinquennio alle forme culturali di trasmissione della fede e offrirà preziosi stimoli al lavoro qui solo brevemente accennato.
  6. In sintesi, si dovrà ribadire l’importanza decisiva dell’inculturazione della fede oggi. Dove la fede tocca le radici e le espressioni culturali di un popolo, in verità, la sua trasmissione diventa più agevole e feconda.
  7. Per quanto riguarda la cultura in senso accademico-intellettuale, invece, si possono ricordare le parole di Papa Francesco: «L’annuncio alla cultura implica anche un annuncio alle culture professionali, scientifiche e accademiche. Si tratta dell’incontro tra la fede, la ragione e le scienze, che mira a sviluppare un nuovo discorso sulla credibilità, un’apologetica originale che aiuti a creare le disposizioni perché il Vangelo sia ascoltato da tutti»[114]. È vero che quella operata dalla ricerca intellettuale è, al massimo, una preparazione che introduce alla fede, al modo di quelli che tradizionalmente sono stati chiamati praeambula fidei, non una sua trasmissione in senso proprio. Tuttavia, è chiaro che una presentazione ragionevole dei contenuti della fede e delle sue esigenze costituisce un innegabile aiuto all’annuncio del kerygma, laddove, in particolare, contribuisce a risvegliare le grandi domande nella mente e nel cuore delle persone[115].
  8. Un esempio particolarmente significativo a cui guardare nella costruzione di una tale presentazione ragionevole della fede è sicuramente la Dottrina sociale della Chiesa, grazie alla quale i credenti entrano in aperto dialogo con la società e anche con i non credenti. Pur restando nell’alveo del sapere teologico, la Dottrina sociale della Chiesa si avvale ampiamente delle categorie proprie delle scienze politiche, economiche e sociali, riuscendo spesso a mostrare tutta la pertinenza della proposta cristiana per la costruzione di una società più giusta e fraterna. In questo senso, anche gli insegnamenti sociali della Chiesa possono svolgere una funzione analoga a quella dei praeambula fidei. Infatti, la Dottrina sociale della Chiesa «si fonda sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione e, in dialogo con le scienze, ci aiuta a leggere con lucidità le sfide del presente, individuando percorsi adeguati per vivere una testimonianza cristiana limpida, con gioia e al servizio del mondo»[116].

 

Leggi il documento integrale sul sito della Santa Sede.