Una narrazione umana, che parli del bello in noi, del bello che ci abita

IL BELLO CHE CI ABITA – Francesco Astiaso Garcia ©

 

Serve una narrazione umana, che parli del bello in noi.

La comunicazione, ‘è una missione importante per la Chiesa’,

e i comunicatori cristiani ‘sono chiamati a mettere in atto

in modo molto concreto l’invito del Signore

ad andare nel mondo e proclamare il Vangelo’ .

Infatti, ‘nella confusione delle voci e dei messaggi

che ci circondano, abbiamo bisogno di una narrazione umana,

che ci parli di noi e del bello che ci abita’.

 

La Chiesa guarda con fiducia e attesa ‘a voi, che operate

nel campo della cultura e della comunicazione’

‘perché siete chiamati a leggere e interpretare

il tempo presente e a individuare le strade

per una comunicazione del Vangelo secondo

i linguaggi e la sensibilità dell’uomo contemporaneo’

…al servizio dell’incontro tra le persone e la società.

                                       Papa Francesco

 

 

 

Santa Teresa d’Avila sfida gli artisti: “L’amore ha impresso nella mia anima un’immagine di te Altissimo, così bella, che nessun pittore, per quanto sapiente, sarebbe capace di rappresentare”.

Come fare attraverso la pittura a rendere presente l’eternità, la divina somiglianza, la presenza dell’anima nell’uomo? La bellezza passa fugacemente, ma l’uomo è molto di più di un corpo che invecchia, si ammala e muore, è molto di più di una presenza estetica, ed per questo che come disse El Greco : “Desidero dipingere le anime più che i corpi”; quando un artista dipinge un uomo, non può limitarsi a ritrarre una presenza estetica; dov’è dunque la bellezza che ignora lo scorrere del tempo?

Che cos’è l’uomo perché te ne curi, il figlio dell’ uomo perché te ne dia pensiero? Eppure lo hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato.”

Il Salmo 8 testimonia a pieno la grandezza della creatura umana e lascia intuire la destinazione gloriosa che lo attende. Ogni uomo porta in se l’ eternità.

Quando scopriamo la nostra divina somiglianza si aprono per noi le porte del cielo, si risveglia il nostro rapporto con l’infinito, intuiamo l’ altezza della dignità umana e diveniamo partecipi della nostra vocazione celeste.

Sono affascinato dalle profondità spirituali dell’ uomo, dagli abissi della sua anima, da tutto ciò che nell’ uomo è invisibile agli occhi dell’ uomo. Ho cercato sempre la maniera di rappresentare la figura umana in modo da fissarne sulla tela l’essenza spirituale e rendere visibile l’ invisibile presenza del divino. Mistero e Fede sono per me fondamenti di una ricerca artistica che si attua nel quotidiano e si realizza con ogni mezzo espressivo contemporaneo.

Per dipingere un ritratto occorre saper leggere negli occhi delle persone, occorre spogliare l’ anima, un ritratto è un paesaggio, il paesaggio dell’ anima della persona dipinta. Non si può dipingere un ritratto senza aver amato, senza aver sofferto, senza aver vissuto, sarebbe come scrivere la biografia di un uomo che non abbiamo conosciuto o disegnare la mappa di un luogo che non abbiamo visitato.

Non si può parlare di un occhio limitandoci a descrivere l’ iride,

la retina e la pupilla senza parlare della vista.

Così non si può parlare di un uomo e del suo corpo,

senza parlare anche della sua anima.

C’ è un vecchio proverbio amerindo che dice: Se a un uccello tagli il becco, le piume e gli artigli non rimane niente, se a un uomo tagli le braccia, le gambe e le mani rimane sempre un uomo.

Francesco Astiaso Garcia

 

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